MARIA SCARPETTA.
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FELICE SCIOSCIAMMOCCA MIO PADRE.
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1949. Morano Editore, NAPOLI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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La biografia del commediografo Eduardo Scarpetta, padre dei fratelli De Filippo. Una biografia firmata dalla figlia del grande autore, sorella dei celebri Eduardo, Peppino e Titina De Filippo. Un'opera da tempo oramai introvabile nella sua prima e unica edizione (1949) che, nel complesso, ci offre un delicato ritratto umano e fornisce particolari della vita professionale di uno straordinario artista, ripresi anche dal regista Mario Martone nel film "Qui rido io" con Toni Servillo (2021). Maria Scarpetta (1891-1949) era la figlia, anch'essa naturale come i fratelli De Filippo, del pi celebre commediografo napoletano di fine ottocento e primi del novecento Eduardo Scarpetta.
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Indice.
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PREFAZIONE.
MASCARIA DI MARGOT RICCI.
1. FELICE SCIOSCIAMMOCCA MIO PADRE.	
2. I PRIMI AMORI DEL GIOVANE SCARPETTA.
3. ANNIBALE PARISI, LA CAPRA E IL SORDO MUTO.
4. GLI OZI DELLA VILLA SANTARELLA.
5. A CONTATTO CON RE, MINISTRI, FILOSOFI, MUSICISTI, POETI E GIORNALISTI.
6. VIAGGI A PARIGI.
7. SCIOSCIAMMOCCA E D'ANNUNZIO.
8. LA BATTAGLIA PER IL TEATRO DIALETTALE.
9. SCARPETTA E IL CINEMATOGRAFO.
10. DON FELICE ABBANDONA IL PALCOSCENICO.
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Fine indice.
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FELICE SCIOSCIAMMOCCA MIO PADRE.
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PREFAZIONE.
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Fu verso il '39-'40, credo, che qualche giornalista sugger a Maria, poich nell'ambiente artistico e giornalistico mia moglie era semplicemente e solamente Maria, di scrivere un libro di ricordi sul padre. E il titolo, cos com' adesso, fu indicato a Treves, che accett di pubblicare il volume. Ma venne la guerra e della pubblicazione non si parl pi. Maria, per, lavor lo stesso e in segreto, quasi come per compiere un atto di umilt e di devozione verso la memoria del padre. Ed ora, dopo lo schianto dell'improvvisa scomparsa di lei, ho la coscienza di obbedire ad una sua precisa volont pubblicando questi ricordi ritrovati da me fra le sue carte pi care. Sento cos che dall'altra parte lei mi vorr sempre pi bene, come io sempre pi bene le voglio.
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MARIO MANGINI. Roma, giugno 1949.
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MASCARIA. DI MARGOT RICCI.
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Quando venni invitata da Mario Mangini, marito di Maria Scarpetta, a presentare questo libro scritto con tanto fervore di amore filiale, rifiutai, ritenendo pi opportuno e anche pi riguardoso verso la cara scomparsa che la prefazione venisse affidata a persona autorevole, a garanzia del singolare interesse presentato da queste pagine. Ma quando Mario Mangini insistette, dicendo di avermi prescelta in quanto era suo desiderio che a parlare di Maria fosse una persona che l'aveva conosciuta ed amata, mi arresi.
Ecco perch - data questa premessa - quest'onore spetta a me, oserei dire, di diritto. Ho voluto veramente bene a Maria, imparando a conoscerla profondamente attraverso molti anni trascorsi in intima, costante e fraterna amicizia.
 stata una delle pochissime persone sinceramente amate da Ugo Ricci, il quale, non appena iniziammo la nostra vita coniugale, tenne a farmela conoscere, convinto che una notevole comunanza di gusti ci avrebbe affratellate. E cos fu; il nostro primo incontro stabil le basi di una solida amicizia. Il ricordo di lunghe nottate passate in tre, Maria, Ugo ed io, a casa nostra, mi accompagner per tutta la vita.
Maria conosceva mio marito da bambina; (casa Scarpetta era frequentata da tutti gli artisti, scrittori e giornalisti napoletani) avevano, quindi, una quantit di ricordi comuni che venivano evocati da una parte e dall'altra con incommensurabile spirito. Battute vivaci, lazzi dialettali, considerazioni argute s'incrociavano in un fuoco di fila che durava ore e ore; l'arrivo di Maria a casa sua rallegrava l'attempato e saggio "Triplepatte" che ritrovava per l'occasione il brio giovanile del dinamico "Mascarillo".
Bench la mia amicizia con Maria Scarpetta risalga ad alcuni anni dopo la morte di suo padre, ho la netta impressione di avere conosciuto questo grande artista, geniale creatore del teatro napoletano d'arte, perch a Edoardo Scarpetta, autore ed attore, spetta il merito di avere tratto il teatro dialettale dal pantano d'ingenua grossolanit nel quale stava naufragando.
L'ho conosciuto, attraverso la figlia prediletta che ha serbato fino alla morte l'intenso culto del padre, perpetuandone la memoria attraverso atti e parole. Edoardo Scarpetta  morto, veramente morto soltanto in quella gelida e tetra giornata di marzo '49, quando la fulminea dipartita di Maria ci trov impreparati e sgomenti. Finch Maria ha vissuto, ha vissuto anche suo padre, sempre presente a noi, tramite la figlia che, per quanto lo ha adorato in vita, lo ha idolatrato da morto, tenendone vivo il ricordo in chi l'aveva avvicinato o illustrandolo con fervore tanto efficace a chi non l'aveva conosciuto da rendere la grande ombra una figura tangibile.
La voce di Maria, quando diceva "Pap", commuoveva; pronunciava queste due sillabe con un'intonazione speciale, tenera e riverente. E a suo padre, bisogna convenirne, doveva molto. Egli le aveva trasmesso doti di eccezione. Oltre un'intelligenza fuori dal comune, Maria possedeva il senso dell'"humour" qualit, questa, rarissima in una donna. Coglieva immediatamente il lato grottesco di ogni cosa, anche in quelle apparentemente tragiche le quali, stacciate attraverso il crivello della sua intelligente bonariet, assumevano un aspetto inatteso e originale dal quale scaturiva una irresistibile comicit.
Il suo buon senso era genuino e solido, direi quasi virile; da epicurea consumata, aveva come pochi l'invidiabile scienza di trarre da ogni cosa soltanto il lato buono, allontanando da s gli altri; erano scorie che non la riguardavano.
Amava profondamente la vita, anche quando la vita significava rinunce, lavoro e sacrificio, perch Maria Scarpetta ha lavorato, e anche duramente. Oltre la sua partecipazione a riviste scritte da Nelli e Mario Mangini per la compagnia stabile del Teatro Nuovo di Napoli, poi per i De Filippo ed in seguito per Nino Taranto e Tot, ha collaborato validamente, sotto lo pseudonimo di "Mascara" al repertorio dei De Filippo, sia negli atti unici che in commedie di maggiore mole, riscuotendo il plauso della critica. Tra altri, ricorder "Parlate al portiere", "Il t delle cinque", "Noi siam navigatori", "Cuoco, cuoco della mala cucina", in collaborazione con Eduardo; "Quelle giornate", e "Caro nome..." in collaborazione con Peppino e "La bella trovata", senza collaboratori.
L'ho molto amata, la cara Mascara - come usavo chiamarla - perch era tra le donne pi originalmente semplici ed intelligenti che abbia mai incontrato. Per Lei, la vita consisteva in poche, pochissime cose, ma tutte essenziali alla sua esistenza ed erano: suo marito, sua figlia, la memoria del padre e il teatro, ma non il teatro-divertimento, non il teatro-mezzo di sussistenza, ma il Teatro colla "T" maiuscola, signore imperante del suo pensiero, parte integrante di se stessa, del quale era imbevuta a segno tale da avere pronta, per ogni evenienza della vita, una battuta "ad hoc" da citare, tolta, per lo pi, al repertorio paterno che -  ovvio - conosceva a memoria.
Era stata anche, per un breve periodo di tempo, interprete delle commedie paterne. Quando, ancora giovane, Edoardo Scarpetta lasci il palcoscenico, dedic gran parte della sua attivit alla regia della compagnia. Scrive la figlia:
"Le sue cure alla compagnia e alle cose del teatro non cessarono del tutto. Metteva in iscena le commedie pi importanti. Desider che io debutassi ed eseguissi alcune "parti" fra il grottesco ed il caricaturale che - diceva - non erano mai state eseguite bene. Io recitai per lui - soltanto per lui - e, quando egli si accorse che la mia vita teatrale m'imponeva degli obblighi che contrastavano con le sue nuove abitudini di uomo di casa, mi disse di smettere. Ed io smisi".
Mi disse di smettere, ed io smisi.
Solo chi ha conosciuto profondamente Maria pu intendere lo schianto che ha dovuto provare nel lasciare le scene e l'entit del sacrificio richiesto e compiuto senza un gesto di protesta, senza una parola di rimpianto. Ma di questo suo dolore, nulla  trapelato, mai. "Pap" era contento; quest'era, per lei, la sola cosa importante e, nel desiderio espresso da Scarpetta di tenere sempre pi vicino a s la figlia tanto amata, Maria trasse, - ne sono pienamente convinta - tanta orgogliosa gioia da compensarla in gran parte del dolore provato. E torn, tranquilla e serena, alla dolce monotonia della vita familiare.
Dalla pi tenera infanzia, Maria  andata - o per usare il gergo teatrale consueto in lei e del quale era riuscita a contagiarmi attraverso la nostra affettuosa intimit - Maria "scendeva" a teatro ogni sera. Ha sentito decine, centinaia di volte la stessa commedia, la stessa rivista, senza stancarsene mai, divertendosi schiettamente alla centesima replica quanto alla prima.
La polvere del palcoscenico era per lei il balsamo che sana ogni male e l'odore dei camerini, cos caratteristico, misto di profumo e di sudore, l'inebbriava.
- Mascaria, che fai stasera?
- Ma "scendo" a teatro, naturalmente, rispondeva lei, sbalordita e forse un poco scandalizzata dall'insulsaggine della domanda, rivelatrice di un'abissale incomprensione.
E finivo per "scendere" anch'io, allietata al mio arrivo nelle quinte dal suono della sua cordiale risata.
Ora, non "scendo" pi a teatro. Ci "vado" soltanto qualche volta, quando non ne posso fare a meno, vale a dire, quando me lo impone un'incombenza professionale d'indole giornalistica, o un dovere di amicizia, perch  proprio tra le poltrone fiammeggianti e nello squallore delle quinte che il dolore per la morte di Mascara si riacutizza, diventando quasi lancinante. Non  "letteratura", questa, e chiunque l'ha conosciuta, ne sono certa, m'intende.
La ritroveremo, per, la cara Mascara, proprio tra le pagine di questo libro che stava ultimando quando la morte ne stronc brutalmente l'esistenza.
Di quanto ha scritto, questa era l'opera a lei cara tra tutte perch, tramite suo, sarebbe stato concesso alle nuove generazioni di conoscere "Felice Sciosciammocca", suo padre, alla gloria del quale ha dedicato, con sconfinato slancio, l'intera sua vita; fino all'ultimo giorno.
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MARGOT RICCI. Gennaio 1950.
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1. FELICE SCIOSCIAMMOCCA MIO PADRE.
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"Ore sei e mezzo. Bacio la mia Maria e me ne vado al teatro ma con un incubo, un malessere che mi rende infelice. Vorrei pagare qualunque cosa per non allontanarmi da Maria" (da un diario personale di E. Scarpetta).
E don Felice Sciosciammocca, mio padre, si avviava verso il fragore, il mare di risate che lo attendeva, dopo aver baciato una piccola fronte bruciante di febbre.
Si avviava col cuore in tumulto per l'angoscia di lasciare la sua Maria, la sua bambina ammalata, per correre alla luce della ribalta e portarvi la gaiezza. Poi tornava dopo lo spettacolo, sedeva al suo tavolo, apriva il suo diario, quel diario fatto apposta per raccontarvi le pene, le agitazioni di un padre che della sua creatura fa il suo idolo, il suo solo pensiero, la sua sola ragione di vivere, e vi passava la notte coprendo i fogli dei suoi caratteri fermi e forti. Un colpetto di tosse infantile, ed eccolo correre a quel lettuccio, chinarvi il volto inquieto, spiare ogni gesto, ogni respiro della piccola malata ed andare, infine, a letto, all'alba, stanco, sfinito, per dormirvi qualche ora di un sonno pesante ed agitato.
In quel diario egli parlava della sua Maria, ed oggi quel diario parla di lui alla sua figliuola, che, sfogliando le pagine un poco ingiallite, vi ritrova quegli occhi che sapevano fissarsi cos amorosamente nei suoi. E nelle date, negli avvenimenti, ritrova persone e cose sperdute nel tempo, che da quelle righe balzano fuori vive e palpitanti come allora. E si rivede piccina piccina in un palchetto, alla diurna, al teatro Bellini a sentire attentamente una di quelle riviste-commedie che tanto erano di moda a quell'epoca e risente l'impressione provata allora, Quella, cio, di avere un pap diverso dagli altri. Un pap che viene abbracciato e baciato come tutti gli altri pap, ma che poi lascia la sua bambina e corre fra mille luci abbaglianti a rendere frenetica tanta gente, molta gente che rumoreggia, batte le mani, ride in un impeto che la rende pazza. Lo scoppio di risa di centinaia di spettatori  stato il primo suono che ha colpito le mie orecchie infantili. Quel torrente d'ilarit irrefrenabile, che faceva chinare centinaia di teste in un bisogno irresistibile di gridare l'allegria,  stata la prima impressione che ha colpito i miei sensi di bambina.
Sentivo spesso dire a mio padre, parlando con mio fratello Vincenzino: "Ho letto quella tale commedia, ma non va, non si ride". Ed io immaginavo nella mia piccola mente, qualora quella commedia si fosse rappresentata, una sala di teatro mezzo vuota, in cui pochi spettatori sbadiglianti si contorcevano fra gli spasimi della noia.
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Altre volte, alle prove, insegnava a qualche attore: " inutile dilungarsi, a questo punto, tanto, la risata non viene, non c' l'effetto".
Ed io avevo imparato a considerare la risata come qualche cosa di sacro: una piccola, rosea dea alata a cui tutti dovevano inchinarsi con rispetto. Una fatina rumorosa e allegra che stringeva nelle sue mani le sorti di tutti gli attori.
Una volta che mi ostinavo ad andare - non ricordo pi - a sentire quale spettacolo, alle opposizioni di mio padre, gli dissi:
- Perch non vuoi ch'io vada? Non  bello lo spettacolo? Non si ride forse?
- S, si ride, ma sono sciocchezze.
Lo guardai fisso negli occhi, non riuscendo bene a capire, poi torcendomi un ditino per la paura di avere osato tanto, ribattei:
- Ma... non  con le sciocchezze che si ride?
- In teatro, no, mia cara Maria! In teatro bisogna far ridere il pubblico... con le cose serie.
Dopo ho capito... Ma in quel momento, no, e non dissi di pi.
Non si osava con mio padre tornare sull'argomento. Quell'uomo che su tutti i palcoscenici d'Italia, al solo comparire, provocava la gioia e la spensieratezza, in casa con i suoi passi smorzati da un paio di pantofole di lana, metteva in soggezione i pi arditi. A quel colpetto di tosse cronica per aver molto parlato, molto fumato, e che annunziava la sua entrata in una stanza, tutti prendevano un altro contegno, un altro atteggiamento, quasi a nascondere qualche cosa. Che cosa? Niente. Ma quel suo sguardo scrutatore, quell'osservare tutto e tutti, quell'interrogazione muta e pur tanto espressiva, mettevano nell'imbarazzo. I domestici tremavano, le persone di famiglia si guardavano confuse, ma se le sue labbra accennavano il sorriso (un sorriso unico, speciale, un sorriso tra il comico, il tenero e il malizioso) i volti si rischiaravano, gli occhi brillavano, le risate echeggiavano e una strana gioia sembrava invadere tutti. Scarpetta era di buon umore!... Che cosa si poteva desiderare di pi, quel giorno?
E lui sentiva questa sua enorme potenza e si compiaceva nel vedere tutti pronti al suo minimo cenno.
Vigile, attento, accorto, badava a tutto e sorvegliava tutti. Come facesse, malgrado che il teatro lo tenesse occupato continuamente, a pensare all'amministrazione della casa, ai conti, alle spese giornaliere, non l'ho mai capito! Si alzava col sole ed andava a sedersi al suo posto, nella stanza da pranzo. Aveva naturalmente uno studio, un magnifico studio, con mobili di noce intagliata, una scrivania superba, adorna di fermacarte di valore, calamai e penne, regali di numerose serate d'onore, ma in quello studio egli non metteva mai piede. Lavorava su di un piccolo "tondo" che si faceva trasportare dove gli pareva, e l rimaneva intere giornate, fumando, scrivendo e prendendo caff, un caff forte, speciale (guai, se riusciva leggerino!) col divieto assoluto di chiamarlo anche se si faceva l'ora del pranzo. E lui teneva tanto alla regolarit dell'orario per andare a tavola e gli piaceva di mangiar bene! Mi ricordo di una salsettina di pomodoro, fatta dalle sue mani e che era squisita. Mai pi l'ho mangiata. Lo vedo, come allora, in cucina, con le maniche della camicia rimboccate, armato di un coltellino a punta, tagliare pomodori e pomodori in fettine sottilissime, mentre il fresco basilico profumato, aspettava nel vasetto dell'acqua. "Stai qui - mi diceva -, vicino a pap... impara come si fa la salsa di pomodoro". No, non l'ho mai imparato! Adorava le tradizioni. Per nessuna ragione al mondo avrebbe rinunziato, nel giorno della vigilia di Natale, di andare lui stesso a fare le compere, cio la cosiddetta "spesa" napoletana. Verso le due, le tre del pomeriggio, saliva nel suo coup, guidato dal fedele Pasquale e si faceva condurre a S. Brigida, alla Pignasecca, nei posti pi affollati e ricchi di merce. E l mercanteggiava, deliziandosi alla vista di un enorme capitone vivo o di una superba murena. Vi andavo spesso anch'io, ma al ritorno, il coup era cos pieno di pesce, di croccanti, di frutta secca, di paste reali, di bottiglie di vino e di liquori, che io ero costretta a sloggiare dal mio posto e sedermi sulle sue ginocchia. Ma mi divertivo un mondo a vedere tutti quei venditori al mercato, che lo conoscevano, che si facevano in quattro per accontentarlo; e lo chiamavano; e se lo contendevano, e lui sorrideva contento: l'omaggio del popolo, del venditore, del piccolo commerciante, lui lo gradiva pi d'ogni altro. Sentiva in loro degli amici sinceri e adorava gli operai e i lavoratori.
Una volta, che, come accadeva spesso, eravamo insieme in carrozza, vidi mio padre sporgersi dal finestrino in un saluto amichevole e festoso:
- Buongiorno... tutti bene a casa? La signora  guarita. Bravo... Bravo... Sono contento... S, ci vedremo... Addio.
Io credevo si trattasse di una persona di grande riguardo, per la scappellata e per la premura del saluto, ed azzardai:
- Chi hai salutato cos affettuosamente, pap?
E lui, ancora con un allegro sorriso sulle labbra:
- Il salumiere del Ponte di Tappia.  tanto una brava persona ed ha avuto la moglie molto malata, poveretto!...
Se magari avesse incontrato un personaggio di riguardo, gli avrebbe rivolto un saluto freddo e cerimonioso. Era fatto cos!
Pur tuttavia detestava lo zelo: gli zelanti lo infastidivano, gli davano noia. I cosiddetti "striscianti" lo nauseavano a tal punto che confondeva i falsi coi veri e li condannava tutti. Poich le persone che aveva intorno si dividevano, naturalmente, in due categorie: coloro che lo temevano e lo adoravano sul serio, che per lui sarebbero corsi nel fuoco allegramente; e coloro che simulavano una sottomissione esagerata per mestiere, per bisogno o per quella naturale inferiorit che, inconsapevolmente, spinge il debole a rispettare il forte. Fra i devoti veri, sinceri e leali, ricordo due nomi di attori: Giuseppe Gherardi e Serafino Mastracchio. Non c'era caso che uno dei due mancasse alle prove, o ritardasse di cinque minuti. Lo amavano, lo adoravano! Ma mio padre, strana cosa, non sapeva discernere, ossessionato dall'idea di essere "strisciato" di essere per calcolo rispettato. E li detestava. Li trattava con freddezza, quasi con alterigia. I due poveri attori, desolati per questo suo modo di fare, credevano che la colpa era di loro stessi, credevano di non compiere perfettamente il loro dovere. Diventavano pi attenti, pi ossequienti, pi rispettosi, provocando ancora di pi la disistima di colui che avrebbero voluto contentare a costo della vita.
Appena mio padre compariva sul palcoscenico del Fiorentini, la sera, tutto chiuso nel suo soprabito blu e col suo cappello duro a bombetta, Gherardi era pronto ad attenderlo sulla porta della scaletta, per dargli la buonasera e porgergli la mano per aiutarlo a salire gli ultimi scalini, poi correva a truccarsi, e tutte le volte che passava davanti al camerino del suo capocomico, non mancava d'inviargli un sorriso con un inchino rispettoso. Una sera, non ricordo pi se al terzo o al quarto inchino rispettoso, mio padre venendo fuori, gli disse: "Don Pepp... nun me salutate cchi! Mi avete salutato una volta? E basta! Mo' pare ca me vulite cuffi!" (Pare che mi volete prendere in giro).
Non ho mai visto viso di uomo pi mortificato e addolorato di quello del povero Gherardi. Mi sembr che due lagrime vagassero in quegli occhi cos buoni e devoti.
Serafino Mastracchia era alto, imponente, con la fisonomia che rassomigliava stranamente a quella di Ermete Novelli. Aveva la mania degli autografi. Nella sua vita non fece altro che raccogliere fotografie con dediche di grandi attori. Naturalmente ne chiedeva a mio padre con molta sottomissione: "Direttore..." (devo premettere che mio padre detestava in modo assoluto di essere chiamato direttore, ma, come si pu immaginare, Mastracchio, per la sua devozione, non se ne dava per inteso).
- Direttore... Desidererei, se fosse possibile, se non chiedo troppo, se non l' di soverchio fastidio, un paio di fotografie, con dedica, naturalmente.
- Due fotografie? - E mio padre sottolineava la parola due. - Una non basta?
- Eh... no... Ne vorrei una di Sciosciammocca per metterla assieme a quelle dei pi grandi attori, e una, cos da borghese, per inchiodarla, se mi permette, nella mia camera da letto...
- Come fosse San Gennaro!... (ed il viso si faceva motteggiatore) Ho capito. Domani ve le porto.
Mastracchio si profuse in ringraziamenti. Manco a dirlo, il giorno dopo, le fotografie non vennero. Si provava quel giorno al "Fiorentini" Madama Roll, riduzione della commedia Coraly e C. di Hennequin. Mastracchio interpetrava la particina del delegato di P. S. che usciva al finale del 2 atto. Inutile dire che non aveva osato di ricordare al suo capocomico la promessa della sera prima, ma cercava di farsi in quattro per meritare il sospirato dono. Quindi, grande, esagerata attenzione e largo e pericoloso sfoggio di quel tale zelo, tanto odiato dal suo direttore. Il finale del secondo atto era molto movimentato, come si usava in quelle vecchie pochades. C'era tutto un macchinismo che faceva trasformare la camera da letto in una sartoria e viceversa. I personaggi della commedia si affannavano e gridavano. Don Felice era sorpreso dalla moglie, mentre, inconsapevolmente, si trovava con una cameriera mora. In questo momento, don Luigi Schipani (il buttafuori) chiam: "Mastracchio!".
Mastracchio, confuso, ma pronto al suo dovere, interdetto chiese a mio padre:
- Signor direttore, da dove volete che esca?
E mio padre, esasperato:
- Mastracchio, uscite da dove volete voi...  la settima prova... ed  la settima volta che me lo domandate! Uscite, non uscite, fate quello che vi pare!
E and, furente a sedersi nel suo camerino, abbandonando la scena. Chi pu descrivere la desolazione di Mastracchio di fronte a tale disastro? Vi furono scuse, giustificazioni, rammarichi che aggravarono sempre pi la situazione. Il giorno stesso, a tavola, mio padre diceva corrucciato: "Oggi, mi sono indisposto fino al parossismo... se avessi potuto, lo avrei preso a schiaffi".
Io, che, con la penetrazione dei bambini, mi sembrava di conoscere quei due uomini meglio di lui, osai rispondere: "Povero Mastracchio, certe cose le fa per troppo affetto ed attenzione".
- Ed io queste persone non le posso vedere - rispose lui - il troppo  troppo, non bisogna mai eccedere, perci mandai via don Achille dalla Compagnia.
- E chi  don Achille, pap? - gli domandai, presentendo un fatterello comico.
- Era un povero disgraziato che venne al San Carlino il primo anno che feci io l'impresa. Volle per forza venire con me, dicendo che avrebbe fatto qualsiasi ruolo, pur di guadagnarsi qualche cosa. Mi fece compassione e acconsentii a fargli fare qualche particina. La sua riconoscenza non ebbe limiti. La sera, si piantava vicino al mio camerino, e ad ogni colpo di tosse, ad ogni starnuto, ad ogni respiro si presentava: "Volete niente? Avete chiamato?... Vi occorre qualche cosa?...". "Niente, don Ach, grazie". "Qualunque cosa, io sto qua". E si piantava dritto, come una sentinella. Quel suo modo di correre, di precipitarsi ad ogni mio richiamo, mi metteva in tale soggezione, che, se anche avessi desiderato qualche cosa, non gli avrei chiesto nulla per non vederlo scattare s come una molla e servirmi come un valletto. Ma egli non aspettava che questo, il suo zelo gli bolliva dentro, e una sera volle il caso che fu accontentato. Mentre mi truccavo nel camerino, avevo dato di gi il primo "segno", quando si presenta un giovanotto, credo fosse un giornalista, che mi chiede una "poltrona". In quel momento mi era di grande fastidio prendere matita e carta e siccome non lo conoscevo bene, dissi: "Mi dispiace, ma  tutto esaurito". Il giovanotto se ne and ed io temendo che fosse andato al botteghino per sincerarsi, e non volendo, infine, sembrare scortese, chiamai. "Don Ach... vedite chillo add va...". Inutile dire che don Achille si precipit appresso al mio uomo. Aspettavo che don Achille venisse a dirmi o che il giovanotto fosse andato al botteghino, o per i fatti suoi; ma aspetta, aspetta... don Achille non compariva. Il primo atto stava per finire, e mi sembrava strano che lui, cos, zelante e disciplinato, non si facesse ancora vedere. Aspetto ancora mezz'ora, si d principio al secondo atto, don Achille... niente! Domandai ai servi di scena, ai macchinisti, e qualche attore: "Avete visto a don Achille?". Alle risposte negative io non sapevo che cosa pensare, quando, finalmente, verso la fine del secondo atto, ecco don Achille che comparisce, trafelato, dalla porticina del palcoscenico.
"- Don Ach - gli faccio appena lo vedo - che avete combinato?
"- Don Eduardo mio... Quel giovanotto, appena uscito di qua,  andato a piedi fino a San Ferdinando, poi  entrato da un tabaccaio e si  comprato le sigarette; poi  stato a parlare pi di mezz'ora con un amico, infine s' preso l'omnibus ed  andato al Museo; dal Museo  salito a piedi fino a sopra S. Teresa, e l, finalmente, ha imboccato un palazzetto. Io, veramente, me ne sono ritornato, non sapevo poi se dovevo aspettare che scendesse...
" - E gi... voi volevate aspettare che scendesse!?
" - Eh... io, in proposito, non avevo nessun comando...
" - Insomma, vi siete messo appresso a quel giovanotto come un poliziotto?
" - E voi mi avete detto: vedite chillo add va!
" - Ma io intendevo dire se andava o no al botteghino... don Ach... che zelo scemo  questo!".
Mi misi a ridere di cuore. Quando io ridevo, immediatamente si metteva a ridere con me, dimenticando subito ogni noia e ogni fastidio.
Sul palcoscenico del teatro "Fiorentini", dove egli imperava in quel momento, si era fatto costruire un piccolo camerino in legno per non salire la scaletta che conduceva agli altri camerini. Cominciava gi a soffrire di asma e gli era di grande fastidio il salire anche pochi scalini. Un minuscolo camerino tutto tappezzato di rosa, con una grande portiera di velluto verde che si chiudeva per nascondere i vestiti borghesi. Sulla parete di fronte vi erano due quadretti con quattro versi composti da lui stesso:
Di questa vita, la pi bella parte
con grande amore consacrai all'arte!
Va l'esistenza mia con l'arte unita:
se l'arte lascer, perdo la vita!
Ed in quel piccolo spazio quante agitazioni, quanti palpiti alle "prime" e quanti trionfi!
Era la mia felicit quando mi potevo annidare in un angolo e osservare ogni suo movimento. L'odore di quella cipria grassa l'ho ancora nel sangue e nel cervello, e vedo sempre quello specchio e quella toletta spoglia di qualsiasi trucco o cerone. Uno "zampetto", come si usava allora per mettersi il rossetto, e uno scatolino di carminio in polvere. Niente altro. Ma quando, al finale del primo atto della Creatura sperduta, egli entrava in fretta, dicendomi un: "Scostati a pap..." e si passava l'asciugamani sul viso togliendosi tutto il rosso, e imbrogliava leggermente i capelli sulla fronte, e scappava fuori, il pubblico vedeva il viso tragico e lagrimante d'un padre che ha perso il figlioletto in fasce, e si tormenta in una tenerezza straziante e disperata. Il trucco stava nei suoi occhi e nel suo atteggiamento.
Io vedevo mio padre uscire dal camerino e precipitarsi in iscena, cos come sarebbe stato se avesse perduto me, sua figlia. In lui non c'era alcun atteggiamento istrionico e dopo compresi quanta fosse ingiusta l'accusa che gli si faceva di presentare al pubblico il personaggio di don Felice come una maschera fissa e immutabile o macchietta stilizzata e uniforme.
Scarpetta era un attore. Volgendo al comico i tipi borghesi o piccolo-borghesi del suo tempo, possedeva una sua umanit densa, che se nella fanciullezza mi appar confusa ed incerta, dopo mi si svel tutta, specie quando in alcune commedie egli toccava il drammatico o il sentimentale con quella misura e quel controllo che sono stati le sue insuperate e insuperabili virt.
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2. I PRIMI AMORI DEL GIOVANE SCARPETTA.
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Ma a me, fanciulla, adolescente e poi signorinella non interessava tanto l'artista quanto l'uomo. L'uomo maturo che aveva passato la quarantina era l. Io lo vedevo e lo toccavo con mano. Ma lui, quando non era diventato ancora Felice Sciosciammocca, quando era giovane, poverello e sbattuto, di cui avevo sentito tanto parlare, come mai era fatto?
- Pap - gli dissi un giorno - ho sentito la cameriera che diceva al cuoco:
"A me 'o signore me fa paura..... dice che ha tenuto nu sacco 'e nnammurate e le piaceno tutte 'e femmene".
- E' bravo!... - rispose lui - cos diceva!!... Non darle retta,  una sfacciata. Certo, anch'io sono stato giovanotto e ho avuto delle fidanzate, delle avventure. Ma le prime tre donne della mia vita furono tre delusioni... Per, in compenso, fu proprio in quelle occasioni che...
E la sua prima giovinezza tormentata gli riviveva nel cuore. Quanti anni poteva avere? Quindici, sedici anni. Per andare a Roma ci voleva il passaporto, Napoli ricordava ancora Franceschiello, e al San Carlino signoreggiava Petito, ignaro che il suo successore fosse l l per far capolino nel suo regno. Per il momento Scarpetta possedeva solo il dono di una magnifica voce di tenore. Ben timbrata, pastosa, agile, squillante negli acuti e ben modulata nelle note medie, acquistava una certa grazia morbida e dolce nelle vecchie e manierate melodie d'amore.
Don Ciccio La Marra, vecchio esperto e conoscitore, predicava che "Eduardiello" sarebbe divenuto un giorno un tenore di grido.
E a casa di Don Ciccio, ogni domenica sera, il salotto era aperto per la rituale "periodica", e numero d'attrazione era il piccolo Scarpetta parente della famiglia La Marra, che gli concedeva spesso ospitalit e ristoro.
Don Ciccio, borbonico e papalino, aveva accettato con mal dissimulato disprezzo dal nuovo governo il posto ambito di direttore del Lotto e all'ombra del temerario vessillo tricolore, giunto di fresco dalle alture di Moncalieri, venerava, nel segreto del suo vecchio cuore incrollabile, la bandiera del Borbone. Ma non per questo la vita per lui non appariva colorata di rosa.
Sventolasse l'una o l'altra delle bandiere di dominio, scorazzassero per le strade le soldatesche del vinto o quelle del conquistatore, s'inasprissero le reazioni o si osannasse alla libert, Don Ciccio La Marra, borghese e conservatore, rassegnato e pacifico, fedele sopratutto alle vecchie tradizioni familiari, riceveva ogni domenica sera nella sua casa serena e patriarcale gli amici immancabili e le famiglie del vicinato. E il piccolo Scarpetta, quando si accorgeva che l'uditorio fosse abbastanza folto, si faceva avanti con un bell'inchino e senza farsi troppo pregare si accingeva a cantare romanze e canzoni. Era un successo sicuro.
- Che magnifica voce!
- Che espressione!
- Se studia, questo ragazzo diverr celebre!
- Lo faremo debuttare a San Carlo.
Nessuno poteva prevedere che non San Carlo ma San Carlino avrebbe visto il suo debutto e che Pulcinella sarebbe stato ucciso da quel ragazzo imberbe, dalla magnifica voce di tenore.
E il piccolo Scarpetta, dopo la "cantata", pretendeva dagli invitati di Don Ciccio un modesto compenso alle sue fatiche. Sin da allora non mancava del bernoccolo dell'impresario.
E il ragazzo riusciva a racimolare qualche liretta, che gelosamente egli custodiva in una tasca interna del suo vestitino rattoppato.
Negli intermezzi egli non se ne stava ozioso, il suo piccolo cuore di giovanetto gi batteva con rara violenza: era il suo primo idillio e Scarpetta quindicenne lo filava con una figliuola di Don Ciccio.
Paroline tenere, strette di mano furtive, promesse, giuramenti venivano scambiati tra una canzone e l'altra e le vecchie melodie, spesse volte, sostituivano le pi ardenti lettere d'amore.
E i doni non mancavano. Scarpetta era fiero ed orgoglioso, quando, qualche domenica, prima d'iniziare la "soire" egli poteva offrire alla sua bambina una "carta d'aghi" da dodici centesimi.
Ma, a spettacolo finito, con il cuore ancora in tumulto per le emozioni d'amore, Scarpetta si trovava di fronte alla cruda ed amara realt della sua vita. Vivendo i genitori divisi, egli coabitava col padre, che, per quanto persona coltissima e rispettabile, per tanto era intrattabile e nevrastenico.
Come fare allora a ritirarsi all'una di notte, senza correre il rischio di essere severamente punito?
Ma quella lira guadagnata in salotto gli veniva in aiuto.
Poich il giovanetto sapeva che il padre tra i tanti suoi difetti aveva anche quello di essere eccessivamente attaccato al danaro, bussava alla porta di casa e, alla domanda del padre, rispondeva con voce tremula:
- Pap, apri, che tengo 'na lira!...
La porta veniva d'incanto aperta, la lira cambiava padrone e il piccolo Scarpetta era salvo.
Ma questo sacrificio domenicale non valse a conservargli l'amore della signorina La Marra. N il padre n la figliuola ebbero fiducia nell'avvenire del giovanotto e una bella sera si vide mettere pulitamente alla porta
- Stasera non c' nessuno in casa... Sono usciti tutti - disse la vecchia cameriera dall'altro lato dello uscio chiuso.
Ma Scarpetta non aveva disceso tutte le scale che il pianoforte del 2 piano gi cominciava a strimpellare. Una bugia, una sfacciata bugia: la prima delusione.
La signorina della "periodica", per, fu presto dimenticata, perch Scarpetta si dava finalmente al teatro e lo ritroviamo infatti scritturato alla vecchia "Partenope" di piazza Cavour, dove conobbe una ballerina, Marietta Di Stasio, una ragazza bruna e vivace, che non lasciava troppo spasimare i suoi numerosi e ricchi corteggiatori.
Ma in mancanza di cene, di doni e di danaro egli le offriva l'esuberanza della sua giovinezza, le primizie della sua nascente arte incomparabile, qualche verso improvvisato tra un atto e l'altro di una commedia e sopratutto le tenere modulazioni della sua voce di tenore.
Proprio in quel tempo Marietta, la ballerina, era corteggiata con raro calore da un ricco gentiluomo napoletano, divenuto per l'occasione "habitu" della "Partenope": il principe di Carovigna, che circuiva la giovane di una corte assidua e ben pi fruttifera di quanto non fosse quella del povero attore in erba.
E Marietta si divertiva a ingelosire il principe accordando qualche confidenza al suo giovane collega in arte e ad adirare quest'ultimo col non mostrarsi restia alla corte generosa del nobile signore. Quindi una specie di lotta con armi assolutamente diverse si era ingaggiata tra Scarpetta e il principe di Carovigna.
A chi sarebbe arrisa la vittoria?
Era questa una domanda a cui non sapevano come rispondere gli attori e gli habitus del teatro.
E il principe non si lasciava sfuggire alcuna occasione per avvicinare la Di Stasio, parlarle e tentare di raggiungere lo scopo, mentre Scarpetta, nel segreto del palcoscenico non rimaneva ozioso e dalla scena, quando poteva, non risparmiava al principe, nel palco di lettere, qualche motteggio e qualche facezia. Finch non giudic che fosse giunto il momento per dare il colpo di grazia.
Questo consisteva in una "serenata" che egli intendeva "portare" alla sua bella, in una notte di luna, sotto i suoi balconi, lass, al vico Tofa a Toledo.
Aveva molta fede in questa mossa strategica, che egli giudicava sufficiente, anzi addirittura decisiva per la vittoria delle sue armi.
E si prepar.
Per ben due giorni cur di cercare il "violino", la "chitarra" e il "mandolino" che dovevano formare il concertino ambulante. Ripass e gorgheggi per giornate intere un suo vecchio cavallo di battaglia una canzone a romanza, tenera e sentimentale. Incominciava: T'allicuorde, T'allicuorde ... (Ti ricordi... Ti ricordi)
E il motivo era di quelli alla vecchia maniera, stiracchiato, lento, con volate altissime, fatto apposta per i concertini da strada.
E quando fu pronto, egli s'inform con accorta e sagace indagine, se Marietta, quella notte, dopo il teatro, rincasasse.
Anzi con paroline alquanto misteriose egli durante lo spettacolo fece intendere alla ballerina che una bella e gradita sorpresa, quella notte, l'attendeva, e che poi la mattina dopo egli ne avrebbe atteso il premio ambito e meritato.
Marietta annu, fece finta d'interessarsi, promise.
E quando, dopo lo spettacolo, verso l'una o le due, il vico Tofa era immerso nelle tenebre e nel silenzio, una comitiva di quattro persone si ferm presso il palazzetto segnato col numero 44.
Erano Scarpetta e i tre suonatori.
Si provarono gli strumenti. Poi improvvisamente un accordo, due, tre accordi fragorosi risvegliarono gli echi dei vicoli stretti.
Una "ouverture" d'occasione fu eseguita con molto "entrain".
Poi un ritornello melanconico e una voce dapprima tremante e in seguito pi decisa, s'innalz nel silenzio della notte, bianca di luna.
E Scarpetta cant: T'allicuorde, T'allicuorde...
Cant come un Dio, ma il verone non s'apr come nei bei tempi del romanticismo, n alcuna scala di seta scivol gi lungo le mura di granito.
Attese un poco: nulla. Allora pens che il mattino seguente, alla "prova", a lui sarebbe venuto, giocondo e affettuoso un "grazie" d'amore, di passione e di promessa.
E con questa certezza, egli, con nel cuore l'illusione ventenne e scapigliata, discese l'erta del vico Tofa, seguito a breve distanza dai suonatori, che attendevano il prezzo dei loro servigi.
E quando questi furono pagati, Scarpetta rincas. Ma il resto di quella notte fu trascorsa insonne. L'amante non poteva chiudere occhio e affrettava col pensiero il lento scorrere delle ore, finch l'alba non battette con la sua luce alle vetrate.
Passarono anche le prime ore del mattino in un'agitazione febbrile, e, a mezzogiorno, con l'anima sospesa, Scarpetta si diresse a passi affrettati verso la "Partenope".
Vi giunse.
Il palcoscenico vuoto, i servi di scena pigri e oziosi, la calma triste e funebre di un teatro spopolato ed oscuro fecero presagire qualche cosa che non era nei suoi voti e nella sua attesa.
E mentre riusciva all'aperto incontr per la scala stretta Don Ciccillo Lonto un habitu del teatro, sempre a conoscenza di tutto ci che accadeva sul palcoscenico e fuori.
A vederlo, Scarpetta si ferm come se attendesse da lui qualche novit.
Infatti, Don Ciccillo, con fare da motteggiatore e con un risolino sarcastico e beffardo sulle labbra spelate si rivolse direttamente a Scarpetta:
- Uh, Scarpetti, stanotte, he purtato 'a serenata 'a Di Stasio? E bravo! Ma nun saie na cosa? Marietta non ci stava! 'O principe 'e Carovigno l'aveva portata a mangi a Posillipo, alla faccia tua!
...
Seconda delusione ma secondo passo avanti. Poich, incredibile ma vero, ad ogni sconfitta amorosa corrispondeva una vittoria nella sua carriera. Il rifiuto della signorina La Marra aveva portato Scarpetta da un salotto di "periodica" a un palcoscenico di teatro; la beffa della ballerina Di Stasio lo port dall'oscuro teatro della "Partenope" a quello glorioso del "San Carlino" e Scarpetta era diventato Don Felice Sciosciammocca!
Il pubblico lo desiderava sulla scena e non rare volte accadeva che molti, prima di acquistare i biglietti al botteghino, domandassero se quella sera "Feliciello" prendesse parte allo spettacolo. E fu in questa prima euforia di successo che egli divenne l'amante di una signora. Fu questo per lui un avvenimento importante: godere per la prima volta le grazie non di un'attricetta o di una signorinella, ma di un'autentica signora maritata, bella e giovane. Intorno, mistero e pericolo e ci dava a lui un senso di piacevole angoscia.
Si credeva investito di una grave e pesante responsabilit. La sua vanit di uomo e di amante ne era stranamente solleticata. Il solo fatto che una signora per bene, ricca, bella e giovane si era data a lui, gli faceva sentire nell'anima una qualche cosa di nuovo che egli non sapeva assolutamente spiegare.
E ne fu preso, entusiasticamente.
Per vedersi, organizzarono un piano quanto mai audace e temerario. In un'ora stabilita del giorno e della sera, Scarpetta con ogni circospezione e prudenza era introdotto sotto il tetto coniugale della signora da una vecchia serva di costei, fedele e fidata.
E, vivendo la signora divisa, di stanza, dal marito, Scarpetta era ricevuto da lei nella sua camera da letto e ci anche quando il marito della signora era in casa, in casa per modo di dire, perch essendo alquanto avanzato in et e malfermo in salute, passava buona parte del giorno a letto nella sua stanza; ma ci non pertanto il pericolo di uno scandalo clamoroso era sempre sospeso - come la spada di Damocle - sulla testa dei due amanti.
E per eccesso di prudenza, quando Scarpetta dalla porta d'entrata doveva passare nella camera della sua bella, era invitato dalla vecchia serva a togliersi le scarpe, e cos, scalzo, nel massimo silenzio, attraversava il corridoio e raggiungeva la camera della signora.
"Mettersi a questi rischi - pensava il giovane attore - correre il pericolo di una scenata, di uno scandalo, pur di vedermi, di stringermi fra le braccia! Quanto m'ama, povera donna! Rischia tutto per il mio amore, che altro dovrebbe fare? E chi potrebbe mai vantare simili conquiste?". E fu preso da tanta vanit e da tanto orgoglio che non seppe non confidarsi con un suo intimo amico d'allora: un certo Oscar Di Pompeo, agente di cambio.
Naturalmente gli nascose tutti i particolari dell'avventura e gli confid solamente che una giovane e bella signora maritata si era data a lui con grande entusiasmo ed amore ed egli era fiero ed orgoglioso di questa non comune conquista.
Invano il Di Pompeo gli chiedeva maggiori particolari, ch Scarpetta si chiudeva in un giustificato e religioso riserbo.
-  bruna?  bionda?  alta?  snella? Dove abita? Chi  il marito? Dove vi vedete?
E Scarpetta invariabilmente:
- Non so nulla.  inutile che interroghi. Il dovere mi impone di non svelarti niente. Non si sa mai,  una donna seria, potrebbe succedere... un guaio!
E il Di Pompeo doveva rassegnarsi a far lavorare la sua fantasia. Ma un bel giorno, mentre i due amici passeggiavano, discutendo del pi e del meno, a Scarpetta accadde che tirando fuori dal portafogli del danaro, venne fuori, inaspettata e improvvisa, una fotografia di donna: quella della giovane signora. Scarpetta non fece a tempo a rimettere dentro il cartoncino, ch Di Pompeo, pronto, l'aveva gi osservato con una occhiata.
Allora avvenne un fatto inesplicabile: Di Pompeo, avendo compreso in un attimo di chi fosse quella fotografia, fu preso da tale uno scoppio di risa che i passanti incuriositi lo guardavano.
Scarpetta ne fu totalmente sconcertato.
- Oscar, perch ridi?
- Niente, niente.
- Ma si pu sapere che hai, perch ridi, che cosa hai visto, che cosa ti fa ridere?
E Di Pompeo ridendo ancora:
- Questa  la fotografia della bella e misteriosa signora, non  vero? Signora per bene, seria, che teme gli scandali, che ti ama e che fa sacrifici straordinari per te? Ma dimmi una cosa: quando ti rechi a casa sua a far l'amore, Carmela, la cameriera, "te f lev pure a te 'e scarpe?".
Terza delusione ma terza vittoria: dal San Carlino abbattuto Scarpetta passava al Fiorentini e da quel palcoscenico sulla strada della celebrit.
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3. ANNIBALE PARISI, LA CAPRA E IL SORDO MUTO.
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Annibale Parisi! Un nome che in casa ho sentito pronunziare spesso sin dagli anni della mia fanciullezza. Annibale Parisi! Chi era mai? Da principio credevo che si trattasse di un attore, poi di un critico, di uno scrittore, di un poeta, di un uomo di teatro.
- Annibale Parisi! Che uomo! Non se ne trovano pi adesso!
Ogni tanto udivo pronunziare questa frase da mio padre, finch un giorno mi decisi a indagare seriamente e scopersi, che Annibale Parisi era un "cammorrista", o meglio un "guappo" signore, uno di quei tipi fra il prepotente e il generoso, che amava amministrare giustizia nelle contese fra gli abitanti del rione e non restava sordo agli appelli del debole che a lui ricorreva contro i soprusi del forte. Napoli fino ai primi dieci anni del nostro secolo ne ha annoverati almeno uno per quartiere e Parisi fra i quartieri di San Giuseppe e San Ferdinando, come Teofilo Sperino alla Stella, era pi amato che odiato, pi stimato che disprezzato. Forse confidente di polizia e uomo fidato di personalit politiche in vista, godeva di favori e di autorit e non poteva non essere un habitu del San Carlino e un ammiratore di Scarpetta. E dimostr a lui il suo attaccamento quando mio padre e mia madre nei primi anni del loro matrimonio abitarono nella casa del vico Giardinetto a Toledo, che era stata per molti anni la dimora di Antonio Petito. Infatti era stata una grande gioia per mio padre ottenere quella casa in cui pareva aleggiasse ancora l'ombra del maestro scomparso. Era una bella casetta allegra e gioconda. All'ultimo piano dello stabile, guardava il mare e la collina da una grande terrazza odorosa di fiori e di erbe.
E in questa terrazza mia madre amava allevare "gallinelle" e colombi che costituivano lo svago e la distrazione del giovane marito nei caldi pomeriggi di estate.
Accadde che in quel tempo, capit nell'ambiente del San Carlino, non si seppe mai come, un ragazzo sui quindici anni che fece intendere a segni che era muto, povero e senza famiglia.
Tutti gli attori gli fecero qualche elemosina, ma Scarpetta, espresse il desiderio di prenderlo con s e tenerlo per i servizi di casa. Il ragazzo accett con segni di soddisfazione e di contento e Scarpetta lo condusse a casa sua e gli fece intendere alla miglior maniera quali avrebbero dovuto essere i suoi compiti.
Il primo problema si present quando i coniugi Scarpetta vollero sapere il ragazzo come si chiamasse. Veri grugniti animaleschi vennero fuori dall'ugola del ragazzo, senza che si potesse comprendere nulla.
Allora Scarpetta ebbe un'idea:
- Sai scrivere? - domand al ragazzo.
Questi fece cenno: "cos e cos".
Allora si prese carta e matita e il muto scrisse: "Luigiello".
Si chiamava Luigi e col diminutivo "Luigiello".
- E il cognome?
Luigiello fece cenno: "Non so". E il ragazzo fu subito battezzato: "Luigiello 'o muto".
Intanto, Luigiello non faceva pentire il suo padrone d'averlo raccolto e ospitato, perch dimostrava buona volont nel lavoro, onest a tutta prova ed anche una spontanea e commovente affezione. I suoi padroni cominciavano pure a volergli un po' di bene e Scarpetta gli si era cordialmente affezionato.
Le cose stavano cos quando un giorno Luigiello entr in casa conducendo per il collare una magnifica e superba capra.
- Luigi, 'e chi  sta capra? - gli chiese meravigliata mia madre. - L'ha mandato forse 'o signore?
Luigiello fece cenno di no.
- E allora se po' sap?
Il muto cominci una complicata teoria di segni per far comprendere alla padrona che egli la capra l'aveva trovata per istrada all'angolo del vicolo senz'alcun padrone. Leg la bestia a un chiodo infisso al muro nel terrazzo e la stessa storia il muto la raccont a segni a mio padre pi tardi. Non c'era null'altro da sapere. Bisognava fare buon viso a... non tanto cattivo gioco e tenersi la capra in santa pace, finch qualcuno non fosse venuto a reclamarla. E da quel giorno la mite bestia prese stabile dimora nella terrazza di casa Scarpetta. Del resto la capretta non si mostrava avara con i suoi padroni. Ogni mattina Luigiello mungeva il latte fresco e profumato per la prima colazione e spesse volte anche per la cena della sera.
Ma con l'andare del tempo la capra cominci ad arrecare seri fastidi alla casa che l'ospitava ed ai suoi abitatori. Un poco che Luigiello dimenticasse di legarla, la bestia cominciava a girare per tutte le stanze, certo con intenzioni poco lodevoli. Dava fastidi in cucina e bisognava tener d'occhio tutto ci che serviva al pasto quotidiano. Insomma si era resa insopportabile, finch un bel giorno Scarpetta venne nella coraggiosa determinazione di farla uccidere. Nessuno era venuto a reclamarla, quindi egli se ne credette il padrone e come tale avrebbe potuto disporne. Fu chiamato l'ammattatore, si patteggi e Scarpetta estern il desiderio di avere la pelle. Cos fu concluso e la povera capra fu condotta alla morte dal suo boia, che, dopo poche ore, torn con una magnifica pelle morbida e colorata. Ma l'uomo, dopo aver lasciata la pelle, non si era nemmeno allontanato di pochi passi, che un clamore di voci venne dal basso. Dai balconi si poteva notare che Don Michele il portiere faceva sforzi sovrumani per non cedere il passo a due tristi figuri che prepotentemente e con parole offensive e minacciose tentavano ad ogni costo d'infilare le scale e salire s.
Dopo una vera e viva lotta, il portiere parlament per qualche minuto con i due, che si calmarono alquanto e stettero in atteggiamento d'attesa.
Infatti Don Michele li lasci e a quattro a quattro fece le scale del palazzo. Giunto presso la porta di casa violentemente buss e a Luigiello che gli venne ad aprire chiese di parlare col padrone.
"Dorme" fece intendere il muto.
- Sveglialo - grid il portiere.
Vennero fuori marito e moglie e don Michele con voce concitata raccont:
- Sign, abbascio ce stanno Totonno 'o craparo e il fratello 'o vraccio muzzo (braccio troncato). D' 'a pelle che portava qua 'o crapettiere hanno riconosciuto 'a crapa lloro, che quindici giorni fa hanno perduta. Stanno facenno l'ira 'e Dio: hanno ditto che 'o signore hadda f 'a stessa fine d' 'a crapa e s'hanna purt 'a pelle soia a casa!
- Mamma mia, che dice, Mich?
- Sign, dico 'a verit e c' voluto il bello e il buono pe' nun 'e f sagl. Mo' stanno aspettando pe' sap si 'o signore sta qua.
- E comme facimme m? - Scarpetta proruppe - Tutta la colpa e di questo muto del diavolo!...
- Sign, ma io vi pozzo giur che non l'ho rubata!
Santo cielo chi aveva parlato? Di certo il muto. Tutti rimasero allibiti. Il portiere si fece il segno della croce.
Scarpetta in quel trambusto non sapeva come spiegare il misterioso avvenimento. Per un attimo Totonno 'o craparo e suo fratello "vraccio muzzo" furono totalmente dimenticati con tutti i loro truci e sanguinosi propositi di vendetta.
- Luigi, Luigi, tu hai parlato?
In quel momento si credette ad un miracolo, all'emozione per quanto stava accadendo, ma nessuno poteva mai aspettarsi la spiegazione che, con calma imperturbabile, Luigiello diede ai presenti.
- Ah, sign, voi ve l'avevate creduto overamente? Io facevo apposta!
- Apposta? E perch?
- Pe' fa 'o muto!
C'era da uscir pazzi. Nessuno vi comprendeva nulla.
In quel momento dalla strada salirono grida e imprecazioni: erano i "crapari" stanchi dell'attesa.
- Mamma d' 'o Carmene! 'E crapare!
Il pericolo, per un attimo dimenticato, riapparve in tutta la sua terrificante realt agli occhi di Scarpetta, il povero condannato a morte.
Non c'era da scherzare. Quella gente sarebbe stata capace di ogni eccesso. Ci fu un breve consiglio di guerra. Si decise che il portiere avrebbe riferito che Scarpetta fosse gi a teatro per il consueto lavoro e che in casa non ci fosse nessuno. E mentre i due si sarebbero allontanati per andare al San Carlino, Scarpetta con ogni prudenza sarebbe disceso in istrada e attraverso il dedalo dei vicoli avrebbe raggiunto prima dei "crapari" il teatro. Giunto l, l'impresario, i colleghi, gli amici avrebbero dovuto fare il resto. Cos avvenne. Scarpetta, agitato e commosso, giunse a teatro. A vederlo in quello stato, tutti lo tempestarono di domande, e lui con voce rotta dall'affanno e dall'emozione raccont quanto gli era accaduto, chiedendo ai suoi amici e colleghi un consiglio e un aiuto.
Tra i vari e pi disparati suggerimenti ci fu uno che disse:
- Qui ci vorrebbe Annibale Parisi!
Scarpetta, al sentire quel nome magico, si batt la mano sulla fronte:
- Proprio! Qua ce vo' donn'Annibale!
Ma Parisi non era ancora venuto a teatro, mentre i due caprari erano prossimi a giungere.
Allora si riun un'altra specie di consiglio di guerra, nel quale fu deciso che Scarpetta sarebbe rimasto tappato, anzi barricato nel suo camerino e che alcuni amici di buona volont avrebbero trattenuto i due prepotenti, mentre qualche altro avrebbe atteso Parisi al varco, per metterlo al corrente di quanto era successo e di quanto si temeva.
Infatti, non erano trascorsi che pochi minuti che qualcuno, trafelato, venne ad annunziare che Totonno "'o capraro" e suo fratello "vraccio muzzo" erano giunti davanti al San Carlino e si andavano informando di Scarpetta con fare minaccioso e niente affatto rassicurante.
Scarpetta trem tutto:
- Amici miei, aiutatemi!...
- Calmatevi, don Edu. Facite f a noi. Mo' vene don Annibale e s'acconcia tutte cose!
Ma Annibale Parisi, manco a farlo apposta, quella sera non si faceva vivo. E Scarpetta si tapp nel suo camerino.
Intanto il pubblico cominciava ad affollare il teatro per la rappresentazione, ignaro naturalmente del dramma che si svolgeva nell'interno del palcoscenico e dopo poco cominci pure a rumoreggiare, insistendo perch si levasse la tela. Ma Scarpetta nemmeno per tutto l'oro del mondo avrebbe dato il "segno" abituale.
Fuori del teatro, due amici parlamentavano col "craparo" e con suo fratello, cercando di convincerli che Scarpetta, caso strano, quella sera, non era ancora giunto e si attendeva proprio lui per dare inizio alla rappresentazione.
- Dicite a nuie 'a mmasciata, pecch chillo appena arriva non ve po' d retta. S'adda vest e adda asc a recit.
- Vuie che dicite - fecero a coro i crapari - chillo add parl proprio cu nuie.  affare urgente e personale! L'aspettiamo qua fuori!
Ma finalmente Parisi giunse.
- Ch' stato, neh, don Edu? Ho inteso che vi vogliono uccidere - chiese Parisi a Scarpetta, che raccont in fretta l'accaduto.
Parisi tentenn il capo, come un padre burbero che  disposto a perdonare, poi disse:
- Dove stanno?
- For' 'o teatro.
- Permettete un momento.
E usc. Si fece indicare chi fossero i caprari e risolutamente si avvicin ai due. Questi, nel vederlo, come un sol uomo si scappellarono e rimasero muti davanti a lui. Don Annibale con fare burbanzoso ed arrogante non proffer che poche parole. E si ud solamente questa frase detta con vigore e a m di chiusura:
- Restiamo intesi!
I due umilmente assentirono e, mogi mogi, dopo di aver rispettosamente salutato, s'allontanarono. Annibale Parisi ritorn in palcoscenico, si diresse da Scarpetta e gli disse:
- Don Edu, mo' putite sta a pensiero tranquillo. Ma statevi attento n' ata vota, che quelli so' brutta gente!
Il povero Scarpetta respir. Trov alcune parole di ringraziamento e si affrett a truccarsi per la rappresentazione.
A fine spettacolo corse a casa per rassicurare la moglie. Don Michele il portiere, nell'aprirgli, gli disse, tutto meravigliato:
- Don Edu, 'a poco, so' venute chille duie. Mi hanno pregato 'e ve dicere che li dovete scusare, ma loro non sapevano. Pe' qualunque cosa stanno a vostra disposizione. Cumme va stu fatto? 'E lione so' addeventate pecore?
- Ci avranno pensato meglio - fece laconicamente Scarpetta.
In casa, raccont tutto a mia madre, che, appena rassicurata, domand:
- A proposito, Edu, Luigiello  venuto da te?
- No.
- Quanno si sciso tu,  sciso pur'isso e nun s' visto cchi!
- E add sar andato?
- E chi 'o ssape.
- Ma nuie mo' ci corichiamo. Rimane fuori, peggio per lui!
Al mattino seguente, Luigiello non si fece vivo, e nemmeno la sera, e nemmeno l'indomani. Fu un mistero. Non si seppe dove fosse andato e perch avesse simulato di esser muto.
Dopo alcun tempo si seppe solo che era un ragazzo evaso da un carcere per minorenni.
E non si seppe pi nulla.
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4. GLI OZI DELLA VILLA SANTARELLA.
...
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...
La Villa Santarella! Il pi dolce, il pi soave, il pi bel ricordo della mia vita. In una posizione incantevole, sul ciglio della collina, con la faccia rivolta al mare, ispirava immagini di poesia. Mio padre, guardandola dal basso della citt, quadrata e tozza come appariva con le sue quattro torrette sporgenti, diceva:
- Me pare nu com sotto e 'ncoppa!...
Credo che non l'abbia mai amata di vero amore questa sua villa incantevole, il cui nome con l'aggiunta della dicitura incisa nel granito del portale "Qui rido io" ha girato il mondo. Quando fu costruita, il Vomero era davvero quel "Vommero sulitario" di cui favoleggiava il poeta: agreste e profumato, silenzioso e tranquillo, tale si mantenne ancora per molti anni, durante i quali la solitudine e il silenzio della zona tanto impressionarono mia madre che pap fu costretto nel 1911 a disfarsi della Villa.
Non perduta al gioco come si  detto per molti anni in giro, non perduta in seguito a ipoteche, ma regolarmente e volontariamente venduta: il primo piano al famoso oculista Sbordone e il secondo a un prete, il reverendo Fiorentino, che per alcune diecine di migliaia di lire ottenne la propriet delle mura con relativi mobili e suppellettili!
Quanto dolore provai quando la Villa, che, ufficialmente, si chiamava Villa Maria dal mio nome, non fu pi nostra.
Oltre ad essere stata la culla dei miei primi sogni giovanili e delle prime illusioni inesperte, era la piccola reggia, dove mio padre, ogni sette di luglio, data della mia nascita, invitava scritturati ed amici, artisti e poeti, giornalisti e scrittori. Ci si riuniva di sera, in giardino, fra gli alberi illuminati, sotto un cielo pieno di stelle. Cene famose di cui si discorreva in citt, a lungo. Dopo la cena si aggiudicava un premio al pi bel sonetto scritto in mio onore. Vi concorrevano quasi tutti i poeti napoletani invitati alla festa. Ricordo due premi famosi, aggiudicati dopo accanita lotta, uno a Libero Bovio e l'altro a Eduardo Pignalosa.
Che gioia! Che spensieratezza! A tarda ora, mentre io chiedevo permesso ai presenti ed andavo a letto, si dava inizio alle danze. Il primo sole che faceva capolino dietro il cono del Vesuvio coglieva gl'invitati che, a frotte, tra scherzi, canti e risate, si avviavano a prendere le prime funicolari che scendevano in citt. La piccola reggia si vuotava.
In quel periodo mio padre era davvero un piccolo re. Che cosa mancava a quest'uomo, idolatrato dalle platee, vezzeggiato dai potenti, profuso di ricchezze e di onori? E la Santarella era la sua piccola Versailles. Quando in settembre ricorreva il mio nome, gli amici si riunivano nella nostra casa del rione Amedeo, dai cui balconi si scorgeva, in alto, sulla collina, la Villa. Sicch, a mezzanotte la Santarella s'incendiava di fuochi pirotecnici. E non soltanto dai balconi di casa nostra gl'invitati si godevano lo spettacolo, ma buona parte della citt, quella fra il monte Echia e il capo di Posillipo, vi assisteva, come si usa assistere a festeggiamenti in occasione di ricorrenze famose e feste popolari.
- Stasera, ce sta 'o ffuoco ncopp' 'a Villa Santarella...
- Ih... che sape fa chillu Scarpetta!...
- Viato a isso!...
- Non c' che fare... questa  l'epoca dei Sciosciammocca!
- La fortuna  degli istrioni!
- Ma se lo merita... Pozza camp cient'anne... almeno ce fa scurd 'e guaie d' 'a vita!...
Queste o simili erano le espressioni che ricorrevano sulla bocca di tutti, e che io, spesse volte, coglievo agli angoli delle strade o che molti, turibolari o maligni, venivano a riferirci.
La Santarella e il suo padrone, come si dice adesso, facevano leggenda.
Ma le pi belle ore erano per me quelle estive del basso pomeriggio, quando pap scendeva in giardino dopo la "controra" e ci si riuniva sotto il pergolato, quelli di famiglia e qualche intimo di casa. Pap, vestito di tela, con quei suoi vestiti per casa di foggia caratteristica, fra il militare e il ragazzo dell'ascensore, col berretto a visiera (Stalin me lo ha spesso stranamente ricordato) si faceva portare la macchina per fare le granite e gl'ingredienti opportuni. E, allegro, scherzoso, sfottitore, si dava a preparare la crema granulosa di limone, di caff, di orzata, di latte.
- Qua ce sta 'o surbettiere! Cca 'e faccio e cca me magno!
Dava la voce come il venditore ed io attendevo paziente, poich dopo la distribuzione dei bicchieri, egli, degustando lentamente il gelato, si dava ai racconti di barzellette, storielle, piccole avventure, curiose scenette.
Ogni pomeriggio ne raccontava una, due, come Boccaccio nel Decamerone. Bastava una parola, un richiamo, un'allusione ed ecco la storiella pronta, l'avventura adatta: dalla cena, che il marchese Berlingieri e il marchese Santelia gli offrirono una sera... a spese sue, sfilandogli destramente dalla tasca del pantalone un biglietto da cento, alla famosa contravvenzione per aver fatto un bisogno sulla pubblica via (ricordate? Il vigile non aveva il resto da ritornare a mio padre, allora egli, rivolgendosi al cocchiere che a cassetta del coup attendeva: "Pasc, scinne, fa pure tu!"); dal "mannaggia chi t' morto", che i bolognesi pretendevano a vanvera in ogni commedia, chiedendone il bis, al famoso ricchissimo impresario Chiarella, che da buon genovese, in manica di camicia, spazzava il palcoscenico del suo teatro, la mattina, come un qualunque uomo di pulizia: "Scusate, buon uomo, io sono Scarpetta, il proprietario dov'?". "Chi desidera?". "Chiarella". "Chiarella sono io!".
E quando con i suoi due famosi scritturati De Crescenzo e Pantalena, si rec in un piccolo teatro della periferia dove agiva una povera Compagnia di scalcinati e lo spettacolo non si decideva a cominciare. Cosa c'... cosa non c'... si avvicina a lui il proprietario del teatro, che poco prima l'aveva ricevuto con molto riguardo ed ossequio:
- Scusate, cavali, c chiste nun vonno accuminci pe' causa vostra.
- Per causa mia? - fece Scarpetta, meravigliato.
- S, pe' causa vostra. Se mettono scuorne. Si nun ve ne andate hanno ditto ca nun recitano.
- E nuie ce ne jammo, nun ve pigliate collera. Grazie lo stesso.
E uscirono.
E quando, nel rilevare che il botteghino  il punto nevralgico del teatro, ricordava strani e curiosi avventori:
- Scusate, un palco quanto costa?
Il bigliettaio:
- Dodici lire e cinquanta centesimi.
- E una poltrona?
- Due e cinquanta.
- E una platea?
- Una e venticinque.
- E un posto di galleria?
- Venticinque centesimi.
Datemi un posto di galleria!
- Mi date una platea...
- Eccola - fa il bigliettaio porgendogliela - Una e venticinque.
- Come?... Una lira e venticinque centesimi!?
- Sissignore, una lira e cinque soldi:  il costo del biglietto. Del resto potete sincerarvene, leggendo il manifesto, qui fuori.
- Ma  cara una e venticinque!
- E allora non la prendete.
- Ma... cerchiamo d'accomodarci. Facciamo quindici soldi!
- Quindici soldi? Ma che so' ffiche? Egregio signore, questo  un teatro serio, non  un "baraccone".
- Ma vedete... arrivo fino a diciotto soldi...
- Non perdete tempo. Una e venticinque costa "la platea". Se la volete la prendete, se no, buona sera.
- Facciamo una lira, va bene?
- Non  possibile... e non mi fate perdere pi tempo...
- E allora vado in un altro posto... Che diavolo!
E va via, convinto che in un altro teatro risparmier sul prezzo segnato.
Ma quello che lui raccontava con grande soddisfazione ed orgoglio era la famosa lite dei quattro anni che egli aveva avuto con tutta la stampa napoletana. Rimasta sempre un po' misteriosa la causale, avvenne che tutti i giornali di Napoli, coalizzati, non parlarono pi per quattro anni nelle loro rubriche n di Scarpetta, n dei suoi spettacoli.
Le sue lunghe stagioni le faceva allora al Fiorentini e al Sannazaro e sarebbe bastato che qualche amico compiacente avesse fatto da paciere che la vertenza si sarebbe soddisfacentemente risolta. Ma l'uomo era battagliero e pugnace e non sapeva darla vinta a nessuno, sicch ebbe l'idea di sostituire gli annunzi dei giornali con un gran numero di quadri luminosi agli angoli dei vicoli, lungo Toledo e Chiaia. Questi quadri ebbero un grande successo pubblicitario, mentre fra le battute delle commedie capitava agli spettatori, qualche sera, di sentire alcuni "fuori programma", che, presso a poco, suonavano cos:
- E stasera dove ce ne andiamo?...
- Diavolo, al Sannazaro!
- Al Sannazaro? E che si rappresenta?
- Come! Si rappresenta Santarella di Scarpetta. Fa tanto successo.
- Strano, io ho comprato il Pungolo e non ci ho letto niente.
- Ah, il Pungolo non pubblica niente? Chi sa Scarpetta quanti palchi gli avr negato!
Il pubblico rideva e applaudiva: era un piccolo scandalo per cui ci volle l'autorevole intervento del Prefetto perch dopo quattro anni di guerriglia la vertenza si componesse.
E il caso dell'attore Pelisier?
Luigi Pelisier era un bravo attore. Mio padre lo stimava molto e lo teneva in gran conto. Ma improvvisamente da che il Pelisier si mostrava attento, disciplinato e corretto, si mut in un attore svogliato, irrequieto, insofferente. Disparati furono i commenti e molte le dicerie. Chi disse che Pelisier aveva contratto uno strano morbo, chi giur che era innamorato, chi azzardava che lo facesse apposta per essere licenziato. E Scarpetta gi pensava di licenziarlo, quando ci si accorse che Pelisier tendeva a ritornare normale, smettendo a poco alla volta quel suo contegno scorretto. Mio padre se ne compiacque e ne gio, e quasi per mettere un suggello a questo ravvedimento, un bel giorno, lo invit a casa a colazione insieme ad altri attori. Ci si mise a tavola e nulla faceva presagire quanto fra breve sarebbe accaduto.
Si era giunto alla seconda portata, quando fu bussato alla porta. La cameriera venne a dire che di basso c'era un cocchiere da nolo, il quale protestava perch un signore l'aveva lasciato al portone da circa tre quarti d'ora, dicendogli d'attendere. Voleva sapere se dovesse ancora aspettare. In caso contrario reclamava il prezzo della corsa che non aveva ricevuto.
Scarpetta gir lo sguardo intorno come per domandare chi dei presenti fosse il signore di cui parlava il cocchiere. Allora, Pelisier, completamente calmo e come se si trattasse della cosa pi naturale di questo mondo, disse:
- Ah, sta ancora gi quel seccatore? Adesso gli parlo io.
E affacciatosi al balcone, a voce alta, chiam il cocchiere, e:
- Vattene - gli disse - tuorne dimane!
- Comme, sign, aggi turn dimane? - fece il cocchiere al colmo della meraviglia.
- S, s, dimane e che c' di strano. T'aggio ditto tuorne dimane, e vattene.
- Sign, vuie qua dimane mi andate contando. Io aggia essere pagato, si no nun me ne vaco. Ma che site pazzo!
Alla parola "pazzo", Pelisier scatt come una belva ferita. Agguant un coltello sulla tavola e si slanci alla cieca contro un nemico invisibile.
Pelisier era pazzo!
Fu preso come Dio volle e immobilizzato. E quel giorno stesso da casa nostra pass al manicomio.
Mio padre lo andava a visitare spesso e ogni volta gli portava in dono sigari, dolci e oggettini. E quando riceveva da Scarpetta il pacco di sigari, Pelisier, stringendogli una mano gli diceva in un orecchio:
- Cavali, me l'avite d sempre a me i sigari e di nascosto, perch se li vede quello (e mostrava l'infermiere) se li prende...
Dopo qualche anno Pelisier mor nel manicomio, ma ogni qualvolta si parlava di pazzi e di case di salute per alienati, pap, discretamente, mi faceva:
- Ci credi tu che gl'infermieri si approfittino di ci che si porta ai pazzi?... Tanto... chi presta fede ai poveretti se protestano...
Povero pap! La confidenza di Pelisier l'aveva impressionato e non ci dormiva la notte!
"Siete voi o vostra sorella?". Domanda ingenua ma pure logica.
Giudicate:
L'attore Schettini, scritturato in Compagnia, aveva due figliuole gemelle, perfettamente uguali, simili come due goccie d'acqua. Si chiamavano Maria ed Amalia. E Scarpetta non riusciva mai a identificarle.
Capit che una volta ebbe a litigare con una di esse, cio con Maria, e in seguito a questo incidente, le manteneva il broncio. Una sera, Amalia si rec nel camerino di Scarpetta per chiedergli un'entrata di favore.
Scarpetta prima di concedergliela si voleva accertare chi delle due fosse colei che a lui si era presentata e domand
- Siete voi o vostra sorella?!!...
L'altra pronta:
- Sono io!!...
E Scarpetta:
- Allora va bene. Ecco l'entrata!...
Con gli attori non si scherza. Essi hanno un'arma terribile: il palcoscenico, dal quale possono rivolgersi al pubblico, come da una tribuna. A nulla, spesse volte, valgono leggi, restrizioni e regolamenti: quello che  detto  detto e quello che  fatto  fatto! Mio padre, che aveva un'arte speciale per rivolgersi ad uno degli spettatori senza che il resto del pubblico se ne avvedesse, si serviva spesso di quest'arma per alcuni suoi fatterelli personali. E una volta il fatto personale ci fu con un Prefetto del Regno e precisamente con il commendator Campitelli di Messina, e poich la cosa avvenne in Sicilia, l'episodio presenta un tono di strana attualit.
Mio padre lavorava con la sua Compagnia a Messina e nel pomeriggio dell'ultima sera, quella d'addio, si accorse che era stato preso da una forma d'improvvisa raucedine (ho avuto sempre l'impressione che il male fosse simulato... Ma lasciamo andare!...) e in tutta fretta mand a chiamare gl'impresari del teatro per comunicare loro che si provvedesse a sospendere la rappresentazione.
- Cosa c', Cavaliere?
- Una forte raucedine - balbett Scarpetta - non posso assolutamente lavorare. Annunziate, se credete, che io non recito.
- E come si fa? Il teatro  tutto venduto da due giorni. Per noi sar una perdita fortissima.
- E come volete che reciti - faceva Scarpetta pi a segni che a parole - non mi sentirebbe nessuno.
- Non fa niente. Basta che usciate sul palcoscenico e noi siamo salvi.
- Ma che siete pazzi! Non posso farlo. Poi ho bisogno di riposo assoluto. Non mi sento. Forse avr anche la febbre...
- Ma che febbre e febbre! - fecero i due con ostinazione siciliana - Cavaliere, voi, stasera, dovete recitare, se no son guai!!
- Voi che guai m'andate contando! Io non posso recitare e non reciter!
-  quello che vedremo!
-  quello che vedremo!
I due uscirono e dopo poco venne un medico. Ma quale clinico poteva accertare se Scarpetta simulasse o no una raucedine? E il responso fu favorevole a lui. Il medico usc e poco dopo si present un agente:
- Il cavaliere Scarpetta  atteso dal signor Prefetto.
Gl'impresari del luogo si erano "combinati" il funzionario, era chiaro! Sicch la discussione nel gabinetto di Campitelli fu vivacissima, e a un certo momento il Prefetto, dimenticando la prudenza, usc in questa frase:
- Scarpetta, voi vi ostinate a non voler recitare? Ebbene, ricordatevi che siamo in Sicilia ed io declino ogni responsabilit!!
E mio padre, la sera, vera o no la raucedine, lavor... di autorit.
Passarono alcuni mesi. Scarpetta recitava al Sannazaro a Napoli. Una sera, egli osservando tra un atto e l'altro la sala da un buco del sipario, not con meraviglia seduto in prima fila di poltrone in corridoio, il Campitelli, prefetto di Messina.
Si rappresentava una commedia, quella sera, in cui al secondo atto in una scena tra Felice e il caratterista c'era questa battuta: "Si chillo me minaccia ancora, io vaco a ricorrere add questore e pure add prefetto". E Scarpetta, iniziatosi il secondo atto, attese questa battuta.
E quando Pantalena vi giunse e la disse, Scarpetta rivolgendosi pi al pubblico che al suo interlocutore e fissando la prima fila delle poltrone dove era seduto il suo uomo, disse:
- S, add prefetto! Po' essere che ne trovi uno come lo trovai io che dice: "Caro mio, io declino ogni responsabilit. Ti ha f accirere, scann, vutt 'a mmare, ma io che sono prefetto...".
Non fin la frase. Un signore, levandosi improvvisamente dal suo posto, usc precipitosamente dalla sala, a testa bassa, come un povero vergognoso che non vuole essere riconosciuto.
La tribuna dell'attore aveva una volta ancora funzionato
E c' stato anche il tempo in cui pap stentava la vita, e le umiliazioni per poter lavorare erano all'ordine del giorno. Una volta, proprio all'inizio della sua carriera artistica, riusc a convincere un impresario da strapazzo, un certo don Antonio, a formare una piccola Compagnia per fare qualche recita in un paesello del Salernitano.
Giunti sul posto, don Antonio, di fronte allo squallore del paese, cominci a dubitare del buon esito della speculazione, ma Scarpetta non si diede per vinto
- Don Ant, non abbiate paura... Mo' vi faccio subito il conto: quanti abitanti, credete, possa contare il paese? Mettiamo millecinquecento. Di questi, ottocento, facciamo, che siano donne e bambini, che di solito nei paesi restano in casa. Altri duecento, consideriamoli vecchi, malati e persone che non amano il teatro o che non sono abituate ad andarci. Restano cinquecento persone: di queste consideriamone duecento impegnate nei loro mestieri, sparse per il paese, raccolte nel caff e nella farmacia. Restano ancora trecento persone, che, per forza, procedendo per eliminazione, debbono venire a teatro!
Don Antonio di fronte a questo ragionamento matematico non ebbe che rispondere e si dichiar convinto.
Ma l'ora dello spettacolo s'avvicinava e nemmeno un'anima viva si accostava al botteghino. Passarono le nove, le dieci, e, nemmeno a farla apposta, non un solo biglietto fu venduto.
I lumi si spensero, gli artisti cominciarono, tristi e disillusi, a far fagotto, e don Antonio, salito s in palcoscenico, si rivolse al suo primo attor comico
- Scarp, e le trecento persone che dovevano venire, dove stanno?
- E che volete, don Antonio mio... Dint' 'o cunto m'ero scurdato d' 'e fetiente!
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5. A CONTATTO CON RE, MINISTRI, FILOSOFI, MUSICISTI, POETI E GIORNALISTI.
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San Carlino 1874. La luce pi viva splende sul piccolo palcoscenico con Antonio Petito ed Eduardo Scarpetta: il primo, Pulcinella glorioso, il secondo, Sciosciammocca gi famoso e irresistibile.
La sala nello spettacolo serale diventa un salotto, che, una sera, eccezionalmente si anima per la presenza in un palchetto di proscenio di prima fila di una dama elegantissima, vestita di nero.
Al suo entrare nel palco gli occhialetti si appuntano, un mormorio si diffonde fra gli spettatori:
- La contessa Mirafiori!... Stasera, abbiamo fra noi l'amica del Re!...
Si rappresentava Madama quatte soldi e non fu mai vista una dama d'alta classe ridere cos apertamente in una sala di teatro.
Quattro giorni dopo, nel pomeriggio, mentre Scarpetta schiacciava un sonnellino, fu destato ad un tratto da una forte scampanellata. La madre corse ad aprire la porta, tutta tremante e spaventata. Era Placido, il vecchio servo del Luzi, impresario del San Carlino, che si precipit nella stanzetta del giovane (mio padre contava allora ventun'anni):
- Donn'Edu... Donn'Edu... scennite... Scennite priesto...  venuto 'o Rre! E vo' sent recit a vuie!... Don Peppino ha ditto ca scennite subbeto!...
Don Eduardo si vest a precipizio e corse al San Carlino dove rappresent la farsa "Don Felice Sciosciammocca creduto guaglione de n' anno".
Alla scena in cui Don Felice, avvolto fra le fasce, fingendosi un bambino, riceve dal padre della sua innamorata una cucchiaiata di pappa sul viso e salta dalla culla spaventato, Vittorio Emmanuele II proruppe in una tale risata strepitosa che tutti si volsero a guardare verso il suo palco.
Il Re divenne un assiduo del teatro e il Luzi si vide costretto ad addobbare con un certo lusso i palchi 1, 2 e 3. Appena entrato nel palco, dove il Luzi era a riceverlo, la sua prima domanda era questa:
- C' Sciosciammocca?...
E bastava che Scarpetta si mostrasse per metterlo subito in allegria.
Era evidente che, pure apprezzando nel suo giusto valore l'arte somma del Petito, egli preferisse Scarpetta per la sua comicit pi acuta, pi fresca e pi attuale.
Petito, che era un uomo di prodigiosa sensibilit, ci comprese appieno: fu il primo veleno che intossic il suo spirito d'artista e malgrado che si controllasse, non potette rinunziare al gusto un tantino perverso di certe sue piccole vendette personali a base di scherzi atroci e di beffe crudeli. E se mio padre non ha avuto il coraggio di raccontarlo nelle sue memorie, tutto ci appariva chiaro dalle sue parole e dai suoi racconti, fatti cos, alla buona, in famiglia e fra gli amici. E quanto influsso abbia avuto questo trattamento del Petito sulla formazione del carattere di Scarpetta come uomo e capocomico, nessuno ha potuto mai immaginare. Questa predilezione del Re, intanto, era diventata in citt l'argomento del giorno. Tutti impararono a memoria il sonetto che Sciosciammocca dedic al sovrano e in ogni casa si raccontava che Scarpetta era stato chiamato a Palazzo Reale, dove, ricevuto dal Cavalier Paolino, funzionario di Corte, gli era stata consegnata una busta con dentro, nientemeno, cinquecento lire! Per circa tre mesi Vittorio Emanuele non manc mai al San Carlino e quando part lasci come gratificazione ad ogni artista della Compagnia una somma corrispondente alla paga d'un mese. Solo ad Antonio Petito ed a Scarpetta, oltre alla gratificazione, lasci in dono un orologio con catena d'oro e una ricca bottoniera per camicia. Per dare anzi a Felice Sciosciammocca maggior prova del suo compiacimento, affid a lui l'incarico di distribuire fra i comici le gratificazioni, che ripetette nei due anni seguenti del 1875 e 1876. Il povero Petito ne fece una malattia!
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Nello stesso San Carlino, qualche anno dopo, Scarpetta contava fra i suoi pi fervidi ammiratori un certo don Angelo De Nicola, pi noto fra gli amici e gli habitus del teatro come 'Ngiulillo.
'Ngiulillo De Nicola, di posizione economica alquanto modesta, cercava entrare a teatro con la cosidetta "scoppola" e non si contentava di entrarci solo, ma conduceva sempre con s un figliuolo a lui particolarmente caro: un ragazzo di otto, nove anni, dagli occhi vispi e chiari, dalla fisonomia espressiva e intelligente. Questo ragazzo si chiamava Enrico, studiava con molto amore e l'unico suo svago era quello di andare a San Carlino, dove i lazzi di don Felice lo divertivano immensamente.
Mio padre ricordava benissimo (e lo raccont con tenerezza quando il figliuolo di 'Ngiulillo divenne Presidente della Camera) quelle sere in cui i De Nicola, padre e figlio, si avvicinavano al teatro all'ora di spettacolo. 'Ngiulillo era solito portare un bastoncino di bamb e con questo egli batteva a m di celia sulle spalle di don Giulio Staffelli, amministratore della Compagnia per richiamarne l'attenzione:
- Gi, sto cu Erricuccio, ddoie scoppole, jammo j.....
E dalla risposta di don Giulio dipendeva forse la felicit del piccolo Enrico.
E don Giulio non si negava mai. Carezzando il fanciullo, i cui occhi esprimevano la gioia di un prossimo divertimento da assaporare, gridava rivolto alla maschera:
- Doie entrate!
E 'Ngiulillo De Nicola e suo figlio Enrico entravano in teatro e si sedevano modestamente in platea, proprio in fondo, fra i posti destinati ai cosidetti "franchi".
Quale pi temerario divinatore avrebbe mai potuto pensare che quel ragazzo seduto in platea con quell'aria cos modesta sarebbe divenuto un giorno avvocato illustre, deputato, ministro e primo eletto della Nazione?
In quella piccola, magica sala che l'arte, il riso e la gioia avevano eletto a reggia e paradiso, da quel palchetto di proscenio a quelle sedie l in fondo si era disteso un filo, sul quale sono passati settant'anni di storia - e quale storia! - di questa nostra cara Italia!
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Con Re Umberto mio padre non ebbe soverchi rapporti.
Il re a San Carlino non venne mai, ma frequent spesso il Valle a Roma nelle lunghe e fortunate stagioni della Compagnia ed amava, in anticipo, chiedere la commedia che desiderava di sentire. Sicch, spesso, mio padre era costretto a "cambiare cartello". Fu quello il periodo in cui tutti i ministri del Re, tutte le personalit pi illustri furono assidui frequentatori del teatro di mio padre. Infatti, erano quelli i tempi felici in cui le crisi politiche si succedevano senza tema di rivoluzioni, anzi, tutto accadeva tra un crepitio non di fucilate ma di epigrammi. Scarpetta ne ricordava uno che a quei tempi fece furore: in seguito ad un voto contrario della Camera si produsse una crisi con conseguente caduta del ministero e quasi contemporaneamente a Napoli mor Antonio Petito. Allora circol per l'Italia questo epigramma:
Ogni anima nel mondo ha un'anima gemella:
caduto il Ministero  morto Pulcinella!
E la commedia che mio padre rappresentava con maggior successo negli ambienti politici era naturalmente: "Nu Ministro mmiez' 'e guaie".
Ma se Umberto frequentava il teatro di mio padre con una certa tal quale distanza, il figlio, Vittorio Emanuele, Principe Ereditario, era un cordiale frequentatore del Teatro Sannazaro di Napoli. Improvvisamente si presentava a teatro, accompagnato dal suo aiutante di campo e prendeva posto in un palco laterale di seconda fila. A Scarpetta, che allora, oltre ad essere capocomico, attore ed autore, era anche impresario del teatro, incombeva il dovere di riceverlo. Ma una sera capit che proprio Felice Sciosciammocca ricevesse il Principe. Ed ecco come:
Si era gi dato il segnale per l'inizio dello spettacolo, quando un impiegato del teatro corse in palcoscenico ad annunziare che la carrozza del Principe di Napoli si era gi immessa nel cortiletto adiacente al teatro e ne stava per discendere il Principe in persona. Scarpetta era gi truccato e vestito per la scena, ma pur bisognava che ricevesse l'ospite.
- Subito... subito... Datemi il frak!
E si diede precipitosamente a cambiarsi. Ma in quel momento di confusione il frak non si trovava.
- Subito... datemi il frak, mannaggia 'a morte!
Cerca il frak, di qua, di l, il frak non si trov. Scarpetta, in maniche di camicia, girava per il palcoscenico sbraitando e protestando. Qualcuno venne a portare la notizia:
- Sua Altezza si avvia gi verso il suo palco.
Scarpetta non comprese pi nulla: nel suo camerino, sospeso ad un piuolo, stava il frak della scena, un modello attillato e buffo, di stoffa un po' stinta, macchiato di polvere e di cipria, ma Scarpetta vide in esso il suo salvatore. Senza pensarci s due volte, l'afferra e in un attimo l'infila e, con una manica ancora penzoloni, si slancia fuori del palcoscenico verso il corridoio di seconda fila. Era tempo. Proprio allora Sua Altezza faceva ingresso nel suo palco. Scarpetta gli si par innanzi. Il Principe, nel vederlo cos conciato, non potette trattenersi dal ridere e Scarpetta, pronto:
- Questa sera  proprio Felice Sciosciammocca in persona che ha l'onore di porgere il benvenuto a Vostra Altezza!
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Ma non era il favore della corte che inorgogliva mio padre, quanto la simpatia e la stima dei grandi artisti, degli scrittori sommi, degli scienziati illustri: da Giovanni Bovio che cre per lui la nota immagine del "filo che la sua arte aggiungeva alla trama della vita", a Giorgio Arcoleo, l'indimenticabile nobile figura di uomo di cultura; da Benedetto Croce a Edoardo Scarfoglio; da Paolo Tosti al clinico Cardarelli, che, ricevendo Scarpetta, chiamava immancabilmente sua moglie, una cara signora, una deliziosa, candida vecchierella:
- Nunziat, viene... Vide chi ce sta!...
Tutti gli uomini illustri del suo tempo gli fecero festa, e, tutti io li ricordo, alcuni come in un sogno, altri chiaramente, come se li avessi davanti agli occhi, ora.
Francesco Crispi soleva invitarlo spesso a colazione nel suo villino al Rione Amedeo e mio padre era il solo ospite a tavola fra don Ciccio e donna Lina. Negli ultimi tempi per si rimaneva a tavola in due, poich Sua Eccellenza, alle frutta, gi chinava il capo nel piatto e nulla potevano le barzellette e le facezie dell'ospite.
Anche il famoso Cardinale Sanfelice, che i napoletani consideravano il loro Pontefice, volle conoscere mio padre.  vivissimo in me il ricordo della nostra visita al Palazzo Arcivescovile e della impressione che questa visita produsse nella cittadinanza. La figura sociale dell'uomo di teatro era considerata ancora dal pubblico grosso con severit e diffidenza. Erano i tempi in cui nei paesi di provincia del meridionale, gli abitanti, all'arrivo di una Compagnia, alludendo alle attrici, si davano la voce: "Uh... Menc... so' arrivate li puttane"...
 spiegabile, perci, la meraviglia di allora quando la massima autorit religiosa della citt ricevette ufficialmente un attore che per giunta faceva un teatro allegro e dai denigratori definito scandalistico; un attore, poi, della cui vita privata si favoleggiava con lusso di particolari boccaceschi e piccanti. Ma evidentemente la sua statura artistica e la fama universale di cui godeva, dovettero imporsi nella valutazione dell'uomo di chiesa e solo un uomo come il Cardinale Sanfelice poteva superare ogni reticenza ed ogni scrupolo.
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Col famoso "orso" fra i grandi del suo tempo, e cio con Giuseppe Verdi, mio padre s'incontr a Monza.
Scarpetta rivolgendosi a Verdi:
- Maestro, permettete che vi baci la mano? Anzi, anche i piedi.
E Verdi:
- Che dite, caro Scarpetta, non sono San Pietro, io!...
-  vero, maestro, voi non siete San Pietro, ma se San Pietro con le sue chiavi apre le porte del Paradiso, voi, con le vostre, aprite quelle del cuore!
L'"orso" si ammans e i due uomini si abbracciarono.
Con Puccini l'incontro fu pi cordiale. Scarpetta aveva parodiata la Bohme e l'aveva rappresentata con grande successo. E fu durante le repliche, che Puccini, accompagnato da Mugnone, venne a Napoli, e una bella sera si present alla porta del teatro Sannazaro:
- Sono il maestro Puccini, vorrei assistere alla parodia della mia Boheme e salutare Scarpetta.
Fu come uno scoppio di bomba. Gli impiegati del teatro abbandonarono i loro posti per correre in palcoscenico a darvi la strabiliante notizia:
- Puccini! C' Puccini!
- Puccini  in teatro!
- Dove sta? Chi ?
- Eccolo... quello alto... con i baffetti a spazzola...
- Quanto  bello! Quanto  simpatico!
- Puccini... Evviva Puccini!
Quello che accadde quella sera al Sannazaro fu indescrivibile. Pubblico e attori, uniti da uno stesso entusiasmo, gridarono all'autore di Manon e di Bohme tutto il loro affetto e la loro commozione.
Potevo avere sette o otto anni e la bella figura del Maestro m' rimasta viva nel ricordo, come poche cose della mia infanzia. Dal nostro palco, durante la rappresentazione, io non ebbi occhi che per lui e lo vedevo ridere, ridere, divertirsi come un ragazzo, dar di gomito a Mugnone, chiedere affannosamente a qualcuno la spiegazione di quelle parole di cui non afferrava il significato e applaudire con frenesia ed entusiasmo. Dopo il secondo atto sal in palcoscenico. Tutti gli si affollarono intorno, le giovani attrici della Compagnia si fecero avanti come pi potevano e cercarono con mal celata civetteria di dare il massimo risalto alla loro grazia e alla loro avvenenza, poich Puccini era un bello uomo e nessuna donna ne poteva disdegnare il sorriso. Nel suo camerino, pap m'indic a lui:
- Maestro, questa ragazza e gi una vostra fervida ammiratrice... dovete vedere come suona la Bohme!
- Studi il pianoforte? - mi chiese lui.
- S.
- E ti piace la musica?
- S, Maestro.
- E allora - disse rivolgendosi a mio padre - le faccia studiare anche il violino. Il violino rivela le doti del vero musicista.
Io ho studiato il violino. E ricordai le sue parole, quando leggendo lo spartito di Turandot, mi accorsi che l'ultima nota scritta da lui fu un "mi" di violino, quello della morte di Li!
Ritorn al Sannazaro qualche altra sera ancora, destando pazzi desideri e fugaci illusioni nella schiera femminile della Compagnia. Ma egli non ebbe parole gentili che per Giuseppina Bianco e si disse che le faceva la corte. Ma non era cos. Predilesse la Bianco perch essa aveva una bella voce e nella parodia cantava qualche pezzo dell'opera nella tonalit originale!
Quando la sera del 29 novembre 1924 (un anno dopo esattamente, doveva morire mio padre) giunse a casa nostra la notizia della sua morte, pap, ricordando ci che alla morte di Petito aveva detto il Luzi, si rivolse a me con voce triste:
- Non  un uomo che  morto.  morta l'opera lirica!
E finora la profezia si  avverata.
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Un altro mio ricordo vivo  quello di Massimo Gorki. In quell'epoca, e cio nel primo decennio del secolo, lo scrittore russo viveva esule tra Sorrento e Capri e con lui s'incontravano spesso alcuni suoi connazionali, famosi rivoluzionari, che, al caldo sole del Mediterraneo, preparavano l'avvento del Comunismo in Russia. Allora essi non si chiamavano n socialisti, n comunisti, n sovietici, ma semplicemente nichilisti. Nessuno di noi dava a loro soverchia importanza, li consideravamo pericolosi sognatori, spiriti imbevuti di utopie, artisti dalle strane idee, e, quando ci capitava d'incontrarli, li riguardavamo come uomini di diversa razza, lontani e distanti, con i quali non avremmo avuto mai a che fare.
Eppure, Massimo Gorki fu un grande ammiratore di mio padre. Che cosa ci potesse essere di comune fra la letteratura, il linguaggio politico di Gorki e il teatro di Scarpetta non l'ho mai chiaramente compreso, ma certamente la fama dell'artista e la sua ben nota potenza espressiva, dovettero attirare l'attenzione dello scrittore, che, una sera, (e pare proprio in occasione di un suo incontro a Napoli con Lenin) venne al Mercadante, dove si rappresentava Miseria e nobilt. Era solo, in un palco di seconda fila, e l'ho presente come se fosse ora: fisionomia dura se pure raddolcita dallo sguardo di due grandi occhi chiari, un paio di enormi baffi, puro stile romantico ottocento, capelli a spazzola. Assistette allo spettacolo con attenzione e gravit, come se si fosse trattato di un "oratorio", battette le mani con discrezione e misura, senza calore e senza un sorriso. Dopo lo spettacolo and via. Qualche commento fra di noi e non ci si pens pi. Ma, dopo qualche sera, mio padre, entrando in camerino all'ora di spettacolo, vi trov in un angolo, addossata alla spalliera di una sedia, una corona di alloro in bronzo, attraversata da due nastri colorati:
"A Eduardo Scarpetta - Massimo Gorki".
A dire il vero, il dono, per quanto lusinghiero, non fece una bella impressione a mio padre. Pur tuttavia, data la persona del donatore, la corona fu portata a casa e messa in bella mostra nel salone. Vi stette qualche mese; poi non la vidi pi. Ne chiesi a mio padre con un certo mal celato risentimento.
- D chello ca vuo' tu - mi rispose - era troppo malauria e l'aggio fatto scumpar.
Ma la corona ricomparve. Fu nel 1942, in occasione dello sgombero dei solai di casa nostra a causa dei bombardamenti, che fra vecchie casse, utensili fuori uso e sedie rotte, la famosa corona d'alloro venne fuori. Con le foglie ricoperte di polvere, i nastri stinti, le lettere corrose sembrava una entit medianica evocata dagli spazi di un dolce tempo lontano.
Proprio sotto le bombe degli americani quel vecchio alloro rivoluzionario gi cercava uno scampo e un rifugio.
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Fu in una sera d'estate che vidi per la prima volta Matilde Serao. Ero uscita in carrozza con mio padre e si passeggiava per via Caracciolo quando lui mi disse:
- Ho da fare una visita alla signora Serao. Vuoi venire anche tu?
- Figurati - risposi - ma...
- Ma... che?...
- Non eri in lite con lei?
- S... ma poi abbiamo fatto la pace.
Infatti, qualche mese prima, nel gabinetto del Prefetto a Napoli, una vivace discussione, quasi una piccola lite, ci era stata fra la signora Serao e Scarpetta, a proposito dell'organizzazione di una festa di beneficenza. Nella discussione per la redazione del programma, donna Matilde rivolgendosi a Scarpetta ebbe a dirgli con asprezza:
- Scarpetta, mi raccomando, nessuna licenziosit nel lavoro che rappresenterete.
Mio padre che si vantava di essere stato, fra l'altro, il moralizzatore del teatro napoletano e di aver distrutto tutti gli eccessi pochadistici nelle riduzioni che presentava al pubblico, si sent offeso dalle parole della signora Serao e prontamente rispose:
- Come va, signora, che vi prendete pensiero della licenziosit del mio repertorio, quando, proprio stamane, il vostro giornale ha sciolto un inno a "Le Rozeno", a quel sudicio lavoro che, ieri sera, s' dato al Fiorentini?
Donna Matilde contrattacc e la discussione stava per degenerare in un tono abbastanza aspro e vivace, se il Prefetto non fosse intervenuto a calmare gli animi. I due si tennero il broncio per qualche tempo. Poi, evidentemente, una pace improvvisa doveva essere stata conclusa e quella sera io avrei vista e conosciuta una donna che mi era gi tutta nel cuore: avevo sedici anni!
In quel tempo lei abitava in piazza Vittoria e precisamente di fronte a quell'albero dalle grandi foglie che tante volte ha descritto nei suoi romanzi. Quando entrammo in un elegante salottino, ella non c'era ancora. Ci sedemmo ed il cuore mi batteva forte forte. Dal balcone spalancato, di fronte, entravano i profumi, le dolcezze e le armonie di Napoli di una sera d'estate.
Ad un tratto mi colp una voce sonora e quasi maschia dall'altra stanza:
- Ah,  venuto Scarpetta? Allora aspettatemi un momento.
E, subito, nell'inquadratura dell'uscio, comparve lei. Mio padre si alz, le and incontro e le baci la mano. Stordita, quasi sognando, feci altrettanto, poi sedetti accanto a mio padre, mentre lei mi guardava benevolmente col suo occhialetto.
- Vedite, sign - le disse mio padre scherzosamente - questa non si vuole maritare, comme aggia fa?
- E va bene - rispose lei con un sorriso malizioso - Scarp, non vi preoccupate. Forse la signorina  un po' difficile.  vero? - disse rivolgendosi a me - Non ha trovato ancora il suo ideale... Ma dopo tutto, poi, a sapervisi adattare, la vita della zitella non  disprezzabile.
Si rise. Poi non si parl pi di me. La conversazione divent seria: credo si parlasse del teatro dialettale. Io badavo poco ormai a quello che dicevano, guardavo lei e m'incantava quell'insieme di donna e di arditezza maschile, m'impressionavano quelle parole in dialetto, che, pittorescamente, introduceva nel discorso fra le frasi profferite energicamente in pura lingua. La discussione termin. Ci accomiatammo. Lei ci accompagn fino alla porta. Mi abbracci e mi disse:
- Signur, nun 'o date retta a pap... Se non trovate l'uomo che vi piace, non vi sposate, sentite a me!
Quelle sue parole m'impressionarono ed ebbero una decisiva influenza nel corso del mio destino.
Scendemmo in istrada. Le "perle" ai due lati della via Caracciolo spandevano il delicato chiarore di una superstite atmosfera umbertina.
Le immagini di Addio amore, divorato di fresco nelle notti insonni della prima inquietante giovinezza, affiorarono dal cuore, e, lungo il marciapiedi, a lato del "trottoir", mi parve vedere Cesare Dias in compagnia delle sorelle Acquaviva.
Avevo sedici anni!
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6. VIAGGI A PARIGI.
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Mio padre  stato a Parigi due volte: la prima nel 1888, la seconda a fine secolo, in occasione dell'Esposizione Universale.
Nel 1888 mio padre e mia madre vi andarono soli, non conoscevano amici sul posto, n conoscevano la lingua. Vi andarono come due touristes in gita di piacere, presero alloggio all'Htel Rivoli e visitarono la citt senza interessarsi di teatri e artisti. Soltanto, e come se dovessero compiere un dovere, decisero di recarsi all'Opra, per cui a mia madre suggerirono che era indispensabile l'intervento di un parrucchiere. La direzione dell'Albergo procur l'uomo della situazione e sul tardi del pomeriggio si present in camera un giovanotto elegante, azzimato e femmineo.
- Cca ce sta Teresina!... - motteggi mio padre.
Con mille inchini e parole gentili, ancheggiandosi tutto, il parrucchiere si mise subito al lavoro. Portava con s una voluminosa valigia che depose con ogni prudenza su di una mensola. L'apr e cominci a tirar fuori ogni sorta di boccette, bottiglie, bottigline, vasi, vasetti, scatole e scatolini. Li depose in bell'ordine sulla toilette e cominci a dire un sacco di cose spiritose, gentili e galanti.
Scarpetta, vedendo tutto quell'apparato di liquidi, profumi, creme, ciprie, cosmetici, strizz l'occhio e si rivolse a mamm:
- Rus, p'ammore 'e Dio, nun t'accatt niente, ca cc jammo a mmare cu tutt' 'e panne!...
Aveva scambiato l'armamentario del parrucchiere per il campionario di un venditore ambulante.
E, verso sera, un po' prima dell'ora di spettacolo, Scarpetta si affrett al botteghino dell'Opra per acquistare due posti di platea. L'impiegato, al vederlo avvicinare, e ancor prima che l'altro dicesse qualche cosa, borbott:
- Ce soir, relche.
Scarpetta credette che "relche" fosse il titolo dell'opera che si rappresentava e assentendo:
- Bien... "Relche"... Donnez-moi deux fauteuils...
E l'altro:
- Ce soir, relche.
E Scarpetta, un tantino irritato per l'insistenza:
- Oui, oui... j'ai compris: "Relche"... Donnez-moi deux...
- Relche! Ce soir relche! - scand, quasi gridando, l'altro.
- Uh... e non te 'ncazz... voi vedete che si passa...
Per fortuna ci fu qualcuno che chiar l'equivoco, contrariamente il dialogo fra il parigino e il napoletano sarebbe continuato all'infinito.
Nel 1900 essi ritornarono a Parigi, e questa volta con me e mio fratello Vincenzino. Io ero quasi ancora una bambina, ma parlavo bene il francese; mio padre, puntualmente, non l'aveva imparato, sicch gli facevo da interprete fra la compiaciuta meraviglia dei nostri interlocutori.
Prendemmo alloggio a "rue Laffitte, 3", in una casetta ammobiliata con uso di cucina, proprio come i buoni napoletani usano fare quando vanno in villeggiatura a Portici o a Torre del Greco! Grazie al banchiere Laffitte, per, eravamo nel pieno regno di Giorgio Sand, di Chopin e di De Musset, ma ci mio padre e mia madre non lo sapevano.
La casetta di rue Laffitte, 3 m' rimasta nel cuore, come un ricordo di donna e non di bambina, anzi tutta la Parigi di quella fin de sicle non l'ho potuta mai pi dimenticare. Ecco perch in seguito avrei voluto per me tutti i Boldini del mondo.
Mi rivedo con mamma, pap e mio fratello a passeggio per i boulevards e davanti agli occhi mi appare la visione come una stampa dell'epoca. Ricordo che, durante la nostra prima passeggiata, prendemmo posto intorno a un tavolo davanti a uno di quei grandi caff, e, muti e stupefatti, osservavamo la teoria interminabile di persone e di tipi che si svolgeva davanti a noi come in una "carrellata" cinematografica. Pass un signore, alto, elegante, impettito. Aveva in testa un cilindro enorme, altissimo. Mia madre, nel vederlo, ebbe un "oh" di meraviglia e scoppi in una clamorosa risata. Il signore, che aveva quasi oltrepassato il nostro tavolo, si ferma, si volta e con atteggiamento deciso viene verso di noi. Ebbi paura. Il signore si rivolse a mia madre e chiese con voce ferma:
- Vous riez pour moi?
Mia madre, forse, senza aver capito nemmeno la domanda, rispose, ingenua:
- Oui!
- Ah... bien!!! - fece l'altro e pettoruto, energico, deciso, cos come si era avvicinato, s'allontan.
Le strade, i ritrovi, i locali riboccavano di folla variopinta, multicolore. Dappertutto erano profuse ricchezze senza risparmio.
Era l'epoca d'oro di una Francia deliziosa! Cominciai ad amarla e il mio amore crebbe, crebbe sempre pi, fino a volerle bene come si pu voler bene ad una cara zia sempre giovane, sempre bella e sempre ricca, che ti riceve nella sua casa deliziosa e ti dona tutte le belle cose che ha, e, forse, delle volte, anche una qualche cosa che nemmeno la mamma ti pu dare...
La sera, la nostra famigliuola si comportava esattamente come se vivesse a Napoli. Nessuna citt al mondo, per quanto "babelica" e "lumire" riesce a mutare il tenore di vita e la forma mentale del napoletano. Sicch, mio fratello Vincenzino andava scorazzando per Parigi in compagnia di Eugenie Fougre, la mamma rimaneva in casa a preparare la cena ed io e pap uscivamo, girando per teatri e caff.
Una sera andammo alle Nouveauts, dove furoreggiava La Dame de chez Maxim's eseguita dalla deliziosa Cassive e dal brillante Germain. Un po' durante la rappresentazione, un po' negli intervalli e un po' dopo, spiegai l'intreccio della commedia a mio padre, che, fortemente impressionato dagli atteggiamenti dei protagonisti e dal gioco scenico della vicenda, decise di ridurla per il suo teatro: riduzione che si chiam 'A Nanassa e che and in iscena a Napoli qualche anno dopo.
Un'altra sera, andammo ai Mathurins a sentire la Bella Otero. Un teatro grandissimo, gremito fino all'inverosimile e noi eravamo seduti nel bel mezzo di una fila di platea interminabile. Figurarsi lo sgomento di pap, quando improvvisamente gli sussurrai in un orecchio:
- Pap, usciamo fuori... voglio fare pip!
Ho nelle orecchie il tono della sua voce: Pardon... Pardon... Pardon... Pardon... Centinaia di volte di seguito pronunzi questa parola per condurmi fuori della sala.
Nel lasciare Parigi, comprammo un sacco di belle cose. Io ebbi diversi giocattoli, ma pi che giocattoli erano piccole opere d'arte: una luna con un Pierrot, che suonando la mandola, atteggiava il viso al dolore e piangeva; una bambola che sfogliava un libro e con movimenti espressivi si compiaceva della lettura; un giocoliere che faceva roteare sul naso una sedia e fra le mani volteggiare dei piatti; un gag dell'epoca che fumava, facendo consumare regolarmente la sigaretta infilata nel bocchino; una ballerina classica, che danzava a suon di musica, muovendo i piedi con impressionante esattezza di tecnica e di stile. Erano cos belli e imponenti che io non avevo il coraggio di giocarci. A casa, li mettemmo in una vetrina su cui era scritto: Giocattoli di Maria e formarono l'ammirazione e l'invidia delle mie piccole amiche e anche dei grandi. Per quarant'anni furono esposti come in una vetrina di museo e nessuno ardiva toccarli. Ma dopo la bufera della guerra, ritornando nella mia casa di Napoli, restituitaci dagli americani dopo due anni di requisizione, i famosi giocattoli francesi non c'erano pi. Ne provai un dolore fisico tremendo, esattamente simile a quello che avevo provato nel giugno '40, quando gli strilloni gridarono per le strade: " crollata la Francia!".
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7. SCIOSCIAMMOCCA E D'ANNUNZIO.
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L'interrogatorio di Scarpetta nella causa per il "Figlio di Jorio" - Chi fu a volere la vicenda giudiziaria.
Alla prima de La Figlia di Jorio io assistetti. Fu una serata trionfale e, quando mio padre apprese del grande straordinario successo, mi chiese:
- Dove si svolge l'azione?
- Sui monti dell'Abbruzzo... I protagonisti sono mietitori, montanari, contadini...
- Dialetto! - osserv lui - Allora, s... mi spiego tutto!...
L'and a sentire: ne fu entusiasta. Si procur il testo e impazz d'entusiasmo. E, come per tutti i successi teatrali che lo elettrizzavano, egli, con mentalit sancarliniana, pens subito alla parodia. E, senza perdere tempo, senza la formulazione di nessun programma, e senza la meta - almeno per il momento - di nessuna realizzazione pratica, si diede a scrivere la parodia in versi presepiani di puro stile contadinesco meridionale. Ci leggeva i passi pi importanti, volta a volta che li terminava, e, sapendo che io conoscevo il testo originale quasi tutto a memoria, spiava sul mio viso l'impressione che la sua lettura destava.
Quando il lavoro fu finito, egli fece a noi tutti di casa questo ragionamento:
- Ho deciso di rappresentare la parodia che ho scritto. La chiamer il Figlio di Jorio. Come per le parodie di opere celebri che faceva Petito e come per quella della Bohme, io non ho bisogno di alcun permesso da parte dell'autore. Tutti me l'hanno gi confermato. Ma D'Annunzio  un'altra cosa: ha diritto ad una mia visita di cortesia. Andr da lui e gli legger i "pezzi" pi comici.
Tutti assentimmo, convinti. Solo mia madre rimase in silenzio con espressione dubbiosa.
- Ched', neh, Rus... Tu nun si' d'accordo?
E mia madre, con quell'acutezza delle donne primitive:
- No... sai ched', Edu, io dico questo: "Se non hai bisogno del permesso, che ce vai a fa addu Don Nunzio?".
- D'Annunzio, Rus, D'Annunzio! - corresse, indignato, il marito.
- Sissignore... Don Nunzio... D'Annunzio... comme vu tu... Ma io volevo dire che con l'andare apposta da questo signore si stabilisce il principio che senza il suo permesso regolare, tu 'a parodia nun 'a pu fa!
Colpiti da questa osservazione inattesa, rimanemmo tutti un po' perplessi (nel giudizio la "visita" fu una delle armi di cui si serv la Parte Civile). Ma l'idea di andare da D'Annunzio fu giudicata opportuna e la risoluzione fu presa: mio padre dopo qualche giorno part, accompagnato dal giornalista Miranda, per Marina di Pisa.
Attendemmo il suo ritorno, impazienti. Torn e ci parl con entusiasmo del Poeta e della sua accoglienza. A me, che gli chiedevo "com'era D'Annunzio", rispose:
- 'N'angiulillo, figlia mia, 'n'angiulillo!
E da quel giorno si tuff tutto nell'affannosa e faticosa organizzazione dello spettacolo, e, quando fu annunziato al pubblico la prossima prima rappresentazione, cominciarono ad apparire qua e l, sui giornali, alcuni trafiletti equivoci, in cui, velatamente, si parlava di profanazione, di probabilit di divieti, di possibilit di contraffazione e di altre cose del genere. Queste piccole cattiverie giornalistiche furono spiegate dal bisogno da parte della stampa di creare la polemica a qualunque costo e non ci si diede soverchio peso, ma alla prima al Mercadante di Napoli si giunse in una innegabile atmosfera di tensione e di nervosismo.
Io ero in un palco con mia madre, quando, con una sala gremita fino all'inverosimile, in un ambiente rumoroso e inquieto, la tela si lev sul primo atto della parodia.
Le scene cominciarono a svolgersi regolarmente e, mano mano che la comicit prendeva forma e consistenza, il pubblico, diciamo cos, estraneo alla prevenzione polemica, si abbandonava a scoppi d'ilarit, con lunghe risate clamorose. Ma ad ogni risata corrispondeva immancabilmente una beccata da parte del loggione e anche da parte di qualche palco di 1 e 2 fila. Rivolsi lo sguardo al loggione: era stipato, gremito di giovani che si agitavano con movimenti scomposti, che si davano la voce l'un l'altro, che chiaramente mostravano di non interessarsi alla vicenda dello spettacolo e al testo, ma che sfacciatamente intendevano disapprovare il fatto stesso della rappresentazione, l'intenzione stessa dell'autore di voler parodiare un'opera, con quella intolleranza facinorosa tutta caratteristica dei giovani, che diviene cos docile e facile strumento nelle mani di chi abilmente la sa volgere a proprio profitto.
Ma il primo atto, malgrado queste interruzioni e questo nervosismo inquietante, si avvia alla fine e termina fra gli applausi incontrastati della maggioranza del pubblico.
Nell'intervallo non andai in palcoscenico come sempre a salutare mio padre. Preferii rimanere nel palco ed osservare la sala. Proprio nel centro di essa, un gruppo di spettatori si affollava intorno a un signore alto, aitante, bruno che si sbracciava a dimostrare uno sdegno esagerato e fuori posto. Il mio palco era a pianterreno e mi giungevano frasi come queste: " una indecenza!" " una contaminazione che non si dovrebbe permettere!". "L'Arte ha il diritto di essere salvaguardata in teatro come lo  la morale e l'ordine pubblico!".
Mi dissero che quel signore spavaldo, rigido custode dell'arte, era Ferdinando Russo. Il suo contegno, che si sposava cos poco a quella nobilt e serenit di spirito e di espressione che ogni vero artista ha il dovere di dimostrare, mi fece una cos penosa impressione che non ebbi il coraggio di rimaner ferma e uscii nel corridoio. Anche qui i commenti s'intrecciavano e qualche critico teneva cattedra, affermando che non era poi tanto facile parodiare D'Annunzio e che Scarpetta avrebbe fatto molto meglio a lasciarlo in pace. Da qualche altro gruppetto mi giunse una frase: "Aligi  sacro e non si tocca!". Sentii finanche dire che: "Mila di Codro non  una bagascia come la Dame di Chez-Maxim's, ma una creatura tormentata e pura." Accostamenti e paralleli fuori posto, esuberanza di retorica, mala fede evidente in un'atmosfera avvelenata e settaria. E per quanto molti dicessero che il pericolo era gi superato e la battaglia gi vinta, io che del pubblico avevo cominciato gi a saper sentire il respiro e il palpito, non presagivo per il secondo ed ultimo atto nulla di buono.
E infatti, poco dopo, quando Scarpetta, in veste femminile, sta per venir fuori per la scena grottesca del duetto, gli attori, quasi come per un presagio, hanno un attimo di esitazione: uno di quei silenzi improvvisi che interrompono il ritmo della recitazione e la magia dell'artificio scenico. Il cuore mi sale alla gola. In quell'attimo di sospensione fatale il loggione ha via libera, come il pallone in una partita di calcio quando la "porta" rimane per un istante incustodita, e, prima un mormorio, poi un uragano di urli pongono gli attori nella materiale impossibilit di superare l'improvviso smarrimento e riprendere il filo del dialogo interrotto. E la rappresentazione si ferma. Si assiste allora allo spettacolo penoso, commovente e miserevole degli attori in veste di personaggi, ma senza l'anima e il linguaggio dei personaggi: la luce della ribalta non rianima pi le loro fattezze come un momento prima; gli attori diventano come cadaveri, e, meno che cadeveri, cenci! Nella bufera della sala e nel silenzio mortale del palcoscenico, mio padre viene in iscena. Si fa alla ribalta. Buona parte del pubblico reagisce applaudendo. Da uno o due palchi si protesta e s'inveisce contro quelli che applaudono. Il loggione prende ancora pi coraggio e lancia invettive contro l'attore che chiede di parlare. Io guardo mio padre. Il suo viso, la sua espressione non la dimenticher mai pi! Era un misto tragico e comico insieme di dolore, di stupefazione, di sdegno e di ira. Prese partitamente queste espressioni sarebbero apparse comuni, logiche e umane, ma, tutte insieme, davano come risultato una smorfia impressionante e disumana: gli leggevo sul viso lo smarrimento tragico di chi si trova di fronte ad un avvenimento fuori di ogni immaginazione e quasi fuori della natura. Non ebbi la forza di resistere e abbandonai precipitosamente il palco, rifugiandomi in palcoscenico, in un angolo oscuro, fra corde e casse, per poter essere sola e dare sfogo al mio pianto troppo a lungo trattenuto.
Egli rinunzi a parlare. L'energia e la decisione presero in lui il sopravvento. Fece cenno al macchinista di buttar gi il sipario e, appena in "quinta", gi padrone di s, spinse fuori il primo attore che gli capit sotto mano, incaricandolo di annunziare al pubblico che la rappresentazione della parodia era sospesa, ma che, in cambio, si sarebbe rappresentato un atto unico, una farsa tutta da ridere! Solo l'acciaio temprato dei suoi nervi poteva permettergli questa decisione e questo sforzo. E come spesso accade in simili contingenze, quando lui venne fuori nei panni di don Felice in una farsa d'occasione, il pubblico si lev in piedi in una manifestazione entusiastica di affetto e di simpatia. Egli, da vecchio lupo di palcoscenico, si attendeva questa reazione. Ma fece finta, attraverso un artificio divino, che la cosa gli giungesse inattesa e simul un piccolo malore, appoggiandosi con gesti opportuni e controllati ad un tavolo e lasciandosi andare con "scenica movenza" su di una sedia che egli stesso aveva preparata. Il pubblico ingannato and in visibilio. Si grid: "Viva Scarpetta!". Egli, continuando con misura, accenn il gesto di asciugarsi una lagrima. Tutti erano commossi, anche gli attori. Ma io, bench soltanto una fanciulla, avevo compreso! Il pubblico, la massa anonima,  un nemico che va combattuto, quando si deve, con tutte le armi e va vinto e frustato senza piet. Ma questo lo compresi dopo.
Quando, la notte, rimanemmo io e lui, di fronte alla nostra cena che non voleva assolutamente andar gi, io dissi:
- Pap, ti hanno voluto male!
- S, ma nella parodia c' qualche cosa che non va. Essa non  perfetta!
Un lungo, triste silenzio. Pareva che pensasse: "S... c' qualche cosa che non va! Non  perfetta! Cos' che non va?". Mistero! Il teatro, anche nelle mani dei pi smaliziati e competenti, diventa spesse volte una sfinge crudele.
E fu solamente ci e non altro che indusse Scarpetta a sospendere le repliche dello spettacolo, che avrebbe potuto chiedere la sera dopo a un pubblico pi sereno un giudizio di appello. Egli volle togliere subito di mezzo la parodia, perch la giudic teatralmente non perfetta. E quando, dopo pochi giorni, la stampa annunzi che Marco Praga, Direttore della Societ degli Autori, a nome del socio Gabriele D'Annunzio, aveva sporto querela per contraffazione, mio padre aveva ritrovata gi tutta la sua calma e la sua freddezza. La lotta non gli dispiaceva e la lotta s'inizi. Cur la prima fase del giudizio, quella istruttoria, dedicandosi di persona alla scelta dell'avvocato e dei periti. L'avvocato fu Carlo Fiorante, e i periti Benedetto Croce e Giorgio Arcoleo e, mentre essi lavoravano, in casa non si parlava d'altro che della "causa"...
In mio padre l'ammirazione per il Poeta aveva ceduto il posto al risentimento verso l'uomo che egli giudicava un fedifrago, perch - secondo lui - era venuto meno alla parola datagli a Marina di Pisa. Tutti i difetti di D'Annunzio come uomo e tutte le leggende e le dicerie della sua vita privata formarono oggetto dei suoi discorsi e dei suoi commenti. A tutti, in casa, era proibito chiamare il Poeta, Gabriele D'Annunzio, ma bisognava indicarlo col suo vero nome come affermava lui - di Gaetano Rapagnetti. Tutto ci mi dava pena e mi turbava e osai sorridere con compiacenza e mal celata ammirazione quando mi si raccont che nell'interrogatorio del Poeta, in periodo istruttorio, alla richiesta degli anni, egli aveva risposto:
- Ne confesso trentanove!
E, come Dio volle, si giunse al dibattimento. Stralcio da un libriccino, che mio padre, in seguito, fece pubblicare e che  assolutamente fuori commercio, il testo integrale dell'interrogatorio dell'imputato nella prima udienza in Tribunale.
PRESIDENTE: Si proceda all'interrogatorio di Eduardo Scarpetta (grande attenzione e tramestio nel pubblico).
PRESIDENTE: Silenzio!
SCARPETTA: (Si avvicina al banco presidenziale) Presidente, agli ordini.
PRESIDENTE: Accomodatevi.
Scarpetta: Grazie (torcendosi il collo, si scusa col cancelliere Cesarano che gli resta alle spalle, si siede).
PRESIDENTE: Voi sapete di che siete imputato?
SCARPETTA: Sissignore. (Il pubblico rumoreggia ansioso di sentire e di vedere).
PRESIDENTE: Silenzio!
SCARPETTA: Ecco, signor Presidente, io non sono buon oratore, far del mio meglio dunque... (ricominciando). Signor Presidente, signori della Corte... (Scoppio di risa).
PRESIDENTE: Sedete, Scarpetta, questa non  Corte...  Tribunale (Si ride). (Al pubblico) Finitela!...
SCARPETTA: (Me credevo che stevo facenno 'o 3 atto d' 'o "Scarfalietto"). Signor Presidente, Signori del Tribunale, io gi dissi molto al giudice istruttore; poche cose ho da aggiungere. (Mette fuori un "dossier" dal quale cava libretti, opuscoli, fotografie riproducenti la sua effige in varie pose comiche). Per questo benedetto Figlio di Jorio - chiamiamolo benedetto! - io ho fatto quanto poteva fare un galantuomo e un autore comico.
"Quando mi venne l'idea della parodia, ne parlai all'amico Giovanni Bellezza, direttore dell'Ora ed egli fu lieto di darne nel suo giornale il primo annunzio.
"Pass del tempo, e D'Annunzio nulla disse in contrario. Io desideravo il suo permesso, non perch lo ritenessi indispensabile, ma perch al mio compianto ed amato maestro Antonio Petito, quando fece Nu Sanzone a pusticcio, capit un brutto guaio. Successe quello che successe a me la sera del mio povero Figlio di Jorio.
"Adamo Alberti, allora impresario del Fiorentini temendo una concorrenza, lasci credere a molti che si volesse recare offesa all'illustre Salvini, che poche sere prima aveva rappresentato il Sansone con grande successo a quel teatro. E, difatti, all'andata in iscena della parodia di Petito, un gruppo di giovani studenti protest vivacemente e la parodia cadde. Se avessi potuto ottenere - io dicevo - l'autorizzazione da D'Annunzio di poter stampare sul manifesto "Col gentile consenso dell'autore" avrei chiarito ogni dubbio sulla onest delle mie intenzioni.
"Mi preme poi far rilevare che se la parodia cadde, fu perch la si volle far cadere. Il putiferio che avvenne in teatro non fu opera del pubblico che aveva pagato 40 lire un palco, 5 lire una poltrona e 3 lire un posto di platea; quei clamori di piazza venivano da quei pochi che avevano ricevuto gratis il loro biglietto, ed erano venuti a teatro con lo espresso incarico di fischiare. E furono cos zelanti che fischiarono perfino l'orchestra!
"Ed ora chiudo la parentesi e continuo il mio racconto.
"Visto il silenzio del D'Annunzio, gli feci scrivere dall'amico Gaetano Miranda sollecitando il permesso. Ma non ebbi alcuna risposta. Mi si disse poi che il Poeta non aveva l'abitudine di rispondere a nessuno. Tante grazie!
"Intanto tutto era pronto, scenario, vestiario, attrezzeria ecc., e per tutto questo io avevo affrontato non lievi spese. Mi premeva, dunque, di porre in iscena la parodia e decisi allora di andare a Marina di Pisa accompagnato dallo stesso Miranda.
"Anche il Giornale d'Italia, dopo l'Ora, aveva annunziata, intanto, la mia parodia.
PRESIDENTE: Ma D'Annunzio aveva inviato un telegramma.
SCARPETTA: S, ma quando? Quando ci voleva appena un mese per andare in iscena, e capirete che a quell'epoca tutte le spese erano state gi fatte e non mancava niente! Dunque andai a Marina di Pisa. No, nu momento, devo dirvi che prima feci leggere la mia parodia a Scarfoglio. Egli rise tanto e concluse: D'Annunzio rider anche lui. Poi mi dette un biglietto di presentazione per il Poeta.
"Non contento ancora, lessi anche la mia parodia al compianto Mario Giobbe e a Valentino Gervasi, che restarono compiaciutissimi della lettura.
"Dunque andai a Marina di Pisa -  'a terza vota c' 'o dico - insieme con Gaetano Miranda, e mi ricordo ch'era un tempaccio orribile: tuoni, lampi, le cataratte del cielo si erano spalancate... (Si ride).
PRESIDENTE: Andate avanti.
SCARPETTA: Eh, sapete, partire con quel tempo! Fui ricevuto benissimo dal Poeta e devo dire che rimasi entusiasta di lui...
PRESIDENTE:  vero che non vi voleva ricevere?...
SCARPETTA: (Meravigliato) Non mi voleva ricevere? Ma niente affatto, signor Presidente! Mi ricevette prima il signor Tenneroni e mi fece attendere un poco. Io mi presentai col copione della parodia sotto il braccio.
PRESIDENTE: E D'Annunzio lo lesse?
SCARPETTA: L'ascolt. Glie la lessi in gran parte, ed ho ancora negli orecchi le sue risate al finale del second'atto, dove egli scrive: "La fiamma  bella!" ed io parodiando dico: "La fava  bella!". Indi mi chiese:
" - E del terzo atto che ne avete fatto?
"L'ho soppresso, perch non si prestava ad essere parodiato!
"Vedete, signor Presidente! Come si pu parlare di contraffazione, quando si sopprime un intero atto?
"L'intervista con Gabriele D'Annunzio l'ho tutta qui, stenografata nella mia mente come fu poi raccolta e pubblicata in questo libriccino (trae fuori un opuscoletto dal titolo: "Pel Figlio di Jorio, rivelazioni di un indiscreto").
"Mi permettete di leggere qualche brano?
PRESIDENTE: Leggete pure. Ne avete diritto.
SCARPETTA: (Inforcando le lenti) Il mio Figlio di Jorio nacque, dunque, a Palermo. Una donna, per partorire, deve attendere non meno di nove mesi. Eduardo Scarpetta ha la gestazione treno-lampo: guai a trovarsi sulle rotaie, quando quel treno  in moto!... Il piccino camminava gi da solo, allorch un giorno fu condotto per mano a Marina di Pisa per ossequiare il padre della Figlia di Jorio. L'incontro dei due fratelli fu commoventissimo!
"D'Annunzio: Con questo tempo qui, alla Marina di Pisa?!
"Scarpetta: Ogni tempo  buono, quando si vuol rendere omaggio al primo Poeta d'Italia.
"D'Annunzio: A che debbo il piacere della vostra visita?
"Scarpetta: Al mio... Figlio di Jorio. Sono qui appunto per lui, ed egli  qui con me. Attendiamo insieme il vostro permesso. Sono venuto apposta, e con questo tempo!
"D'Annunzio: Ma di quale permesso intendete parlare?... Vi  forse bisogno della licenza dell'autore per parodiare un'opera? Voi non avete bisogno di alcuna autorizzazione mia per rappresentare il vostro Figlio di Jorio. Cos mi assicur anche Marco Praga.
"Scarpetta: Lo so. Ma al di sopra della legge vi sono i riguardi personali; ed ecco il vero scopo della mia venuta a Pisa.
"D'Annunzio: Vi ringrazio. Per essere sincero devo dirvi che la sola ragione per la quale non vedo bene una parodia  questa: La figlia di Jorio  per me una cosa sacra. Essa ricorda la mia terra natale e ritengo una profanazione metterla in burletta.
"Scarpetta: Ma nulla di tutto ci... Neppure l'ombra della profanazione. Rassicuratevi. L'azione non ha luogo in Abbruzzo, ma a Pozzuoli. Gli uomini sono donne e viceversa... Il finale  "La fava  bella! La fava  bella!".
"D'Annunzio: Ah! Ah! Ah! E dove rappresenterete la vostra parodia?
"Scarpetta: Andr in iscena a Napoli nel mese di novembre.
"D'Annunzio: E a Roma la darete?
"Scarpetta: S, in carnevale.
"D'Annunzio: Benissimo, a Roma la sentir anch'io.
"Scarpetta: Dunque acconsentite?
"D'Annunzio: Vi ho gi detto che non avete bisogno di permessi, la legge  con voi... E se non vi autorizzo per iscritto  solo perch temo che anche questa lettera sia pubblicata come - mio malgrado - accadde con l'altra inviata a Ferdinando Russo.
"Scarpetta: Ma io desidero di essere d'accordo con voi e, se permettete, vi chieder l'autorizzazione in... versi. (Sceglie un foglietto fra le sue carte, e legge ad alta voce):
Dall'opera ch'hai fatta, intitolata:
'A figlia 'e Jorio, che ne so' mpazzuto,
'na cusarella lesto aggio nguacchiata,
E doppo, 'a verit me so' pentuto.
Chell' rrobba che nun se po' tucc,
E cumme tu l'hai fatta, ha da rest.
Io per n'ero troppo 'nnammurato
E liggenno liggenno, 'a fantasia,
'O cereviello, tutto m'ha toccato,
E sott' 'a penna  asciuta 'na pazzia!
Figurati che la vezzosa Ornella,
'A facc', e' 'o curpetto e 'a gunnella.
Chesto te basta, spero, pe' cap
Che nun c' niente 'e male e 'a pozzo fa.
Tu, che si' tanto buono di' ca s,
Damm' 'o permesso p' 'a rappresent.
Pensa che so' venuto da luntano,
Nun me ne fa turn ch' 'e mmano mmano.
Si pe' stu fatto tu me sciaccarraie,
Dio te perdona. Si me rumpe 'e ggamme,
Te perdona. Si chiagenere me faie
Dio te perdona e l'angelo te chiamme.
Ma si senz' 'o permesso me ne manne...
Si faie chesto, Gabri!... Dio te cundanne!
"Il D'Annunzio rise a crepapelle, mi compliment pei versi, me ne richiese una copia - ch'io gli inviai appena tornato all'albergo - e, poich insistevo ancora, mi conged dicendo: "Vi prego di non insistere per un permesso scritto... Male non ve ne far... Ve lo assicuro...".
"In seguito poi Scarfoglio mi disse: - Sai che D'Annunzio non d pi il permesso?
" - E come?! Prima me lo ha dato e poi lo ritira! E perch?
"Ho 40 anni di vita artistica e non mi  capitato mai un fatto simile!
"Marulli ha parodiata la Divina Commedia alla Fenice... e chi l'ha ditto niente?
Avv. FERRI: Ma Dante era morto da qualche annetto...
SCARPETTA: No! Dante  sempre vivo!
VOCE: Bravo!
SCARPETTA: Scafati ha parodiato l'Aida, Petito la Bell'Elena e come, proprio con me, il prof. Cocchia si  ricordato che la parodia non se po' fa!... Pecch so' Scarpetta!...
PRESIDENTE: Parlate con me...
SCARPETTA: Scusate, volevo rispondere un poco ai periti. Si  rappresentato... Il figlio della figlia di Jorio e D'Annunzio non ha fatto niente, pecch l nun ce stevene denare!...
"Io ho fatto la parodia della Bohme, e nessuno mi ha detto niente, anzi Puccini venne in teatro, e mi fece le sue congratulazioni.
"Io ho frodato D'Annunzio?! Ma il danno l'ha fatto lui a me; non io a lui!
"Signor Presidente, permettete ch'io legga pochi versi per dimostrarvi che non ho contraffatto ma parodiato. (Legge alcuni versi della parodia). Era questa una parodia da meritare quei fischi?
"Durante il baccano che si fece, ricordo che Ferdinando Russo grid: "Abbasso Scarpetta! Viva l'arte italiana!". Ma scrivo io forse pel teatro turco o cinese?
"Io non feci una contraffazione ma una parodia! Dove sono, professor Cocchia, le regole per parodiare un'opera? Quali sono i confini di una parodia? Ditemi in quale trattato li avete letti?
PRESIDENTE: Parlate con me! Vi ripeto!
SCARPETTA: Ma volevo dire qualche cosa anche ai signori periti della parte opposta, che insistono accusandomi di contraffazione. Contraffare significa frodare, ingannare, ed io non ho frodato n ingannato nessuno! Ho agito con la massima franchezza. Sul manifesto era scritto "parodia" a lettere di scatola! Il fotografo Pesce aveva esposto una fotografia grande dal vero che mi riproduceva in veste da donna; e due sere prima dell'andata in iscena del Figlio di Jorio avevo fatto anche distribuire un prologo, che ben chiariva le mie intenzioni di parodista.
"Ditemi ora se con tutto questo si pu affermare che io abbia ingannato il pubblico e frodato Gabriele D'Annunzio!
"Chi non sapeva che si trattava di uno scherzo, di una parodia? Non sono conosciuto ovunque per un attore comico e non tragico? Chi viene al mio teatro ci viene per ridere, e non per piangere! Io non sono n Salvini n Zacconi!
"Se sono colpevole, condannatemi pure, ma tenete presente che condannando me condannate tutta una forma d'arte: la parodia.
Avv. FERRI: Desidero sapere se Scarpetta ha pagato...
SCARPETTA: Chi?... Che cosa?
Avv. FERRI: (continuando) Se ha pagato alla Societ i diritti d'autore per Cane e gatte, Nu cane bastardo, Duje chiapparielle ecc.
SCARPETTA: Sicuro, che ho pagato! Ma queste sono riduzioni, non parodie!
PRESIDENTE:  vero che D'Annunzio vi promise una sua fotografia?
SCARPETTA: S, volle anche la mia, ma non mi mand pi la sua.
PRESIDENTE: Avete altro da dire?
SCARPETTA: No, signor Presidente. Mi rimetto alla giustizia e alla competenza del Tribunale.
La sentenza fu di completa assoluzione: il fatto non costituisce reato. Il Figlio di Jorio era una parodia, magari una parodia sbagliata come affermarono gli stessi Croce e Arcoleo, ma una parodia!
Nell'aula appena che il Presidente ebbe letto il dispositivo della sentenza, fu un prorompere di gioia e di entusiasmo. Scarpetta fu portato fuori del Palazzo di Giustizia letteralmente in trionfo. Anche un tantino di campanilismo volle la sua parte nella vicenda, un po' di nord e un po' di sud fecero da sfondo pittoresco e il nome di Napoli venne confuso negli "evviva" a quello di Scarpetta.
A pi forte ragione, ora, mio padre avrebbe potuto rimettere in iscena lo spettacolo. Ma non volle farlo; gli sembr anche una banale speculazione commerciale e lui di speculazioni non ne sentiva proprio bisogno.
Pass qualche anno, quando nell'Istituto Sieroterapico di Bologna, che mi avevano consigliato per la cura di una leggera scoliosi contratta in seguito allo studio del violino, m'incontrai con Gabriellino, il figlio del Poeta. Non ci conoscevamo, ma qualche amico comune c'indic discretamente l'uno all'altra. E allora Gabriellino, sprofondato in poltrona, senza levarsi in piedi, mi rivolse improvvisamente la parola:
- Lei, signorina,  la figlia di Scarpetta!
Ed io sedendomi, quasi senza guardarlo:
- E lei, signore,  il figlio di D'Annunzio.
- Perfettamente. Nemici anche noi?..
- Niente affatto. Mio padre ha vinto. E alla vittoria segue spesso la generosit del vincitore...
- Ma la colpa di tutto ci, sa, non  stata mica di D'Annunzio...
- Ah... no? E di chi allora?
- Di Praga.  stato lui a volere e a montare la faccenda. Mio padre non voleva saperne!
Queste parole mi confermarono quanto avevo sempre pensato. D'Annunzio non si sarebbe mai reso promotore di una vicenda giudiziaria cos antipatica, senza l'iniziativa della Societ degli Autori, allora nascente e diretta appunto da Marco Praga, al quale Scarpetta negava costantemente ogni appoggio ed ogni collaborazione. Mio padre, infatti, non riconosceva nessun valore ad un'associazione fra scrittori, autori ed artisti in genere. A parte il fatto della garanzia dell'incasso del diritto di autore (garanzia di cui egli non aveva bisogno, poich le commedie lui le scriveva e lui le rappresentava) egli non ammetteva che gli scrittori, in lotta naturale fra di loro per emulazione e per spirito di superamento, si potessero associare come degli scalpellini o degli impiegati di commercio dagli interessi fissi e comuni. Sicch si rifiutava di far parte della Societ, provocando il dispetto e lo sdegno di Praga, che, senza dubbio, al momento opportuno, consigli, incit e sospinse D'Annunzio a querelare Scarpetta, nella speranza di una sentenza di condanna con tutte le relative conseguenze morali ed economiche.
Comunque, quella confidenza di Gabriellino mi occorreva come un balsamo. E, se le convenienze non me lo avessero impedito, lo avrei abbracciato e baciato, quel giorno. Mi limitai a stendergli la mano e a dirgli:
- Grazie per avermelo detto. Confusamente e per istinto lo sapevo gi... N'ero sicura!
E, ogni qualvolta in casa si deprecava contro D'Annunzio, io, nel segreto del cuore, sostituivo a questo nome quello di Praga, e in segreto, per non dispiacere a pap, sorridevo al Poeta!
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LISTA DELLE IMMAGINI CONTENUTE NEL LIBRO:
Caricature di attrici e di attori, di fama nazionale, stralciate da una rara raccolta dell'inizio del secolo, dovute alla matita di Romeo Marchetti con "indiscrezioni" di Stanislao Manca.
RUGGERO RUGGERI. DINA GALLI. ANTONIO GANDUSIO. ELEONORA DUSE. SCARPETTA. IRMA GRAMATICA.
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8. LA BATTAGLIA PER IL TEATRO DIALETTALE.
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Alle prese con Bracco, Di Giacomo, Bovio, Murolo e Russo - Una lettera di B. Croce.
Le polemiche per il Teatro Dialettale a Napoli assunsero nei primi anni del nuovo secolo un tono di vera battaglia con attacchi e contrattacchi sui giornali, con pubblicazioni edite apposta, interviste, lettere, gare nelle sale di spettacolo, formazioni di Compagnie e simili. Le polemiche giornalistiche condotte dai pi famosi critici del tempo, quali Uda, Verdinois, Petriccione, Procida, Pagliara, Manca, Martini e l'intervento, nei periodi pi delicati, dei grossi calibri del giornalismo, come Scarfoglio, Turco, la Serao, portarono il teatro dialettale alla ribalta della vita culturale e artistica della nazione.
Lo schieramento dei combattenti era quanto mai semplice e definitivo: da un lato, tutti i poeti, gli artisti e i commediografi; dall'altro, mio padre, soltanto lui!
Cosa dicevano i... collegati?
Dicevano che il teatro dialettale napoletano non era quello di Scarpetta, che, per quanto formidabile attore comico e direttore impareggiabile, non creava nulla come autore, ma si limitava a trasportare in vernacolo tipi e ambienti di marca straniera. Nel teatro di Scarpetta non c'era umanit, n tanto meno napoletanit. Che il teatro dialettale era quello che scrivevano loro, ma che non poteva venir rappresentato degnamente e con vantaggio economico perch il massimo rappresentante del teatro napoletano era proprio lui, Scarpetta, il nemico! Il successo di 'O buono marito fa 'a bona mugliera, Assunta Spina, Signorine, era una prova che quando i lavori del vero teatro dialettale potevano essere rappresentati, il teatro stesso prendeva vita, consistenza e forza. E che infine bisognava anche terminologicamente differenziarlo da quello anodino e bastardo di Scarpetta e chiamarlo: Teatro Dialettale d'Arte.
Cosa diceva Scarpetta?
Scarpetta sosteneva, innanzi tutto, che il teatro dialettale napoletano, per le tradizioni, il carattere e lo spirito del popolo, non poteva essere che teatro comico. Tutte le altre manifestazioni non potevano avere che significato letterario e culturale, ma giammai essere considerate manifestazioni di teatro. Che, essendo il teatro vita, il primo elemento di esso doveva essere la vitalit, e codesta vitalit non poteva essere assicurata ad un teatro che con un repertorio vasto, consistente, omogeneo. Che quanto scrivevano i "signori" del "Teatro d'Arte" era falsa retorica che non rispecchiava i veri sentimenti del popolo, che i cosiddetti successi erano fuochi di paglia che non avrebbero mai potuto permettere ad una Compagnia organicamente costituita di lavorare con profitto; che gli scrittori del "Teatro d'Arte" erano stitici; che Di Giacomo aveva speso, non so pi, quanti e quanti anni per scrivere Assunta Spina, ed in ultimo la commedia era venuta fuori senza, nientedimeno, che il secondo atto! Che il "Teatro Dialettale d'Arte" era una Societ di Mutuo Incensamento; che egli stesso aveva permesso alla sua Compagnia di rappresentare uno dei lavori "d'Arte": Gente nosta di Murolo e Bovio, e che dopo appena tre sere dovette essere tolta dal cartello per mancanza di pubblico; che il successo del teatro lo fa il pubblico e cio il botteghino e che tutto il resto  vana polemica; e che infine tutti gli attacchi e tutte le accuse che gli si muovevano erano il frutto inconfessato di invidia e di gelosia per la fortuna del suo teatro e della sua azienda.
Se queste le due tesi in conflitto, bisognava domandarsi: perch Scarpetta avrebbe dovuto rifiutarsi di rappresentare lavori di Bracco, Di Giacomo, Bovio, Murolo ecc.?
Non certo per ragioni economiche, poich tutto si poteva imputare agli scrittori in quel periodo, ma la venalit giammai! Poveri, onesti e disgraziati, essi lavoravano e si battevano per l'applauso del pubblico e l'articolo sul giornale!
Per vanit, forse? Impossibile, poich, in ogni caso, egli si serviva di altri autori. E allora bisogna riconoscere che se Scarpetta preferiva i personaggi del teatro francese, ai quali doveva ricorrere, non riuscendo ad alimentare se stesso con le invenzioni del suo repertorio originale, era perch o non trovava affatto il personaggio nelle commedie degli altri, o, pur trovandolo, non lo sentiva.
Ma la ragione che incosciamente lo spingeva a prediligere i personaggi e gli ambienti del teatro comico francese consisteva nel fatto che egli, involontariamente, sin dall'inizio della sua carriera artistica, aveva scoperto il terzo stato: la borghesia!
Nella evoluzione del tempo, egli con istintiva genialit port sul palcoscenico del teatro dialettale l'ambiente sociale corrispondente, sicch, un bel giorno, i modesti professionisti, i piccoli commercianti, i proprietari con poche rendite, i dignitosi impiegati, i borghesi, insomma, si ritrovarono improvvisamente sul palcoscenico del San Carlino prima, e del Fiorentini poi. Fu una piccola rivoluzione di fronte ai tipi disattuali del teatro di Petito e fu un clamore entusiastico di soddisfazione e di consensi, poich niente eccita maggiormente il pubblico, che vedersi proiettato sulla scena con i suoi sentimenti, le sue passioni, le sue debolezze e i suoi costumi.
Nessuno lo segu su questa strada. Al teatro popolare e passionale di Federico Stella, corrispose qualche tentativo sporadico di teatro borghese, inteso nel senso artistico di studio d'ambiente, ma la grande massa del pubblico borghese trov nel teatro di Felice Sciosciammocca il suo sbocco naturale, il suo spasso e la sua delizia.
Ricordo che fra i tanti scritti polemici di Salvatore Di Giacomo ce ne fu uno pubblicato nella rivista Ars et Labor, che concludeva presso a poco cos: "...sicch a Napoli non abbiamo che due generi di teatro: quello di Federico Stella, a base di fattacci e di sangue, e quello di Scarpetta tratto dalle pochades francesi. Quanta miseria!".
Quanta ingenuit, direi io, poich Di Giacomo con il suo ingegno e la sua sensibilit avrebbe potuto rendersi conto che, in fondo in fondo, tutto si riduceva ad un problema sociale, ed anche un fenomeno teatrale derivava dalla situazione del tempo, in cui le due classi del popolo e della borghesia erano nettamente e crudamente separate. Il popolo, il poco popolo che poteva andare a teatro, andava da Stella; la borghesia, la folta e agguerrita massa della borghesia in fortunata e felice ascesa andava da Scarpetta. Di fronte al linguaggio teatrale e contingente di Stella e di Scarpetta il linguaggio poetico e letterario del Teatro d'Arte rimaneva soccombente per mancanza di vitalit e di mordente.
Sarebbe bastato che con una piccola dose di serenit e di temperanza si fosse riconosciuta questa semplice verit, che, poi, non offendeva e non faceva male a nessuno, perch fosse scomparsa, come d'incanto, la materia del contendere.
Ma l'acrimonia, l'asprezza e il risentimento - sembra strano - sono proprio degli artisti; e la lotta continu per anni, fino a turbare, avvelenare, ed, in ultimo, ad interrompere i rapporti personali fra gli scrittori, i critici e mio padre. E di ci io ne soffrivo assai e, non di rado, chiedevo a Scarpetta:
- Ma che c'entrano i nostri rapporti personali di amicizia con le polemiche che andate facendo sui giornali?
Ed egli, scoprendo in me un'insospettata tenerezza verso "quelli", e con lo sdegno del genitore tradito mi rispondeva:
- Ma tu lo capisci o no che "quelli" me menano a accidere?!...
Povero pap! Come potevano "quelli" menare ad ucciderlo, se lui era principalmente un attore, e, in quell'epoca, attore insuperato?
Comunque, la lotta non s'interruppe nemmeno quando Scarpetta si ritir dalla scena, anzi, debbo confessare, che fu proprio lui, liberatosi dalle cure del palcoscenico, a volerla continuare col dedicarsi completamente ad essa.
Fino a che l'intervento di Benedetto Croce non pose un punto fermo alla faccenda. E fu cos.
Poco dopo il '20 un comitato cittadino composto di scrittori e giornalisti si rese promotore dell'apposizione di una lapide in memoria di Petito in quel punto di piazza Municipio dove una volta esisteva il San Carlino. L'epigrafe della lapide (adesso non c' pi) fu dettata da un giornalista, scrittore e intenditore di teatro - se non ricordo male - Gaspare Di Martino, e suonava cos oscura e incomprensibile nel suo stile volutamente polemico e aggressivo, che Scarpetta - messo da parte dal comitato - pens di rivolgersi al suo vecchio e illustre amico Croce per chiedere il suo pensiero circa il significato di quelle parole.
E Croce, aderendo all'invito, gli rispose con questa lettera:
Caro D. Eduardo,
ho letto la complicata epigrafe che mi avete trascritta e sulla quale chiedete il mio parere. Che cosa dirvi? Non l'ho ben compresa.
Non l'ho compresa letterariamente perch quell'inscrizione di rozze parole dialettali in mezzo a uno stile cos sublime mi suona come uno scherzo che si sia voluto fare.
Non l'ho compresa logicamente, perch dovrebbe essere, a quanto voi mi dite, un'esaltazione del Petito e invece, se un senso ha,  quello di una condanna dell'arte del Petito, dichiarata impotente.
Credo poi, di avervi detto altra volta che io reputo vane le dispute sul cosiddetto teatro dialettale d'arte. Per me non esistono "teatri" ma solo "individui" dotati di genialit artistica, e questi, secondo i loro temperamenti faranno arte comica o arte tragica, faranno ridere o faranno piangere.
Gli altri, quelli non dotati da natura, faranno ridere o piangere, ma su s stessi.
Quando gli artisti veri spariscono, decade il relativo "teatro".
Ecco tutto.
Saluti cordiali dal vostro: BENEDETTO CROCE.
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Queste semplici e chiare parole sono - a mio parere - definitive, e - a dire il vero - se danno torto agli scrittori e agli autori del "Teatro d'Arte" non dnno per ragione a Scarpetta, che, comprendendolo, cerc di dare la minore pubblicit possibile alla lettera, che  rimasta presso che inedita e sconosciuta.
Facendo mie le parole del Maestro, ho colto tutte le occasioni per portare i concetti contenuti nella lettera come elementi polemici nelle discussioni intorno al "Teatro" e agli attori. E con la complicit di qualche polemista audace, ho tentato finanche di uscire dai limiti del teatro dialettale - al quale si riferisce Croce - e generalizzare il concetto che non esiste teatro ma esistono soltanto attori. E questa tesi, a prima vista paradossale, sedusse - ricordo - Lucio D'Ambra, durante una conversazione artistica svoltasi, molti anni fa, in casa di Eduardo De Filippo.
Ma per il momento, la lettera bast a gettare molta acqua sul fuoco e gli animi si placarono. Ed ora, che tanti anni son passati, quelle lotte prendono colore e profumo di commovente ingenuit. Ricordo la comica inflessibilit di mio padre e il suo pittoresco furore combattivo. In casa, nei periodi di massima tensione, tutti i pi umili arnesi e le pi modeste suppellettili prendevano un nome: nomi di illustri critici, di scrittori, di poeti. Cosicch Verdinois, Bracco, Bovio, Murolo, Di Giacomo, Ferdinando Russo rimbalzavano dalla cucina alle camere da letto, dalla sala da pranzo ai ripostigli, senza mai entrare in salotto, poverini!...
Ma come li amavo quelli che mio padre considerava suoi nemici! Senza discutere le cause dei litigi, rispettando i furori e i risentimenti di ognuno, io amavo in segreto i poeti e gli artisti della mia fanciullezza. Ed essi lo sapevano. Si era stabilito fra me e loro una specie d'intesa. Ci scrivevamo di nascosto. Io chiedevo a Bovio, a Murolo le loro ultime canzoni, le loro pi recenti poesie, ed essi, attraverso comuni amici compiacenti, mi facevano tenere gli originali, scritti con calligrafia larga, estrosa, una scrittura che ho davanti agli occhi, specie quella di Bovio, dalle lettere rotonde e grosse come la sua indimenticabile figura.
Quanto fui felice, un giorno, che canticchiando ad ora di pranzo: "Marzo nu poco chiove, e n'atu poco stracqua" sentii mio padre mormorare involontariamente:
- Che bella canzone!
- Ah... s... pap... ti piace...  bella, non  vero!... - proruppi con entusiasmo.
- S... non c' male - riprese lui pi controllato - ma non la voglio sentire...  di Di Giacomo!...
A questi miei amici segreti io davo il "voi", e loro affettuosamente mi davano il "tu". Quando Murolo, legato a me da vincoli particolarmente affettuosi, m'incontrava per istrada, era una festa:
- Mar, come ti sei fatta bella!... Sei una signorina, adesso!...
- Perch non venite mai a casa?
- E come vengo!... Tuo padre mi vuole ammazzare... dopo il mio articolo sul "Mattino"...
E s'allontanava nel sole della Riviera, bello, elegante, profumato, scambiando di qua e di l sorrisi e scappellate.
Ferdinando Russo, non l'ho mai conosciuto. E, come che poeta non troppo vicino al mio cuore e alla mia sensibilit, non trovavo ragioni bastevoli per comprenderlo e giustificarlo della sua tremenda ostilit verso mio padre.
Ricordo Bracco con grande simpatia. Ad una rappresentazione di un suo lavoro al Fiorentini ero in teatro con alcuni amici, di nascosto, naturalmente, di pap. Alla fine, verso l'uscita, l'autore, nello stretto vicolo prospiciente il teatro, riceveva complimenti da amici e spettatori. Un amico comune, avvicinatosi a lui, gli disse della mia presenza ed io lo sentii dire sarcasticamente:
- Una spettatrice d'eccezione...
Mi avvicinai a lui e tendendogli la mano:
- Mio padre ce l'ha con voi... Ma io no!
Mi prese la mano, me la strinse, me la tenne a lungo nelle sue e scoprendo con un largo sorriso la teoria brillante dei suoi famosi denti d'avorio:
- Grazie, Maria, siete una buona e cara figliuola...
Tenni nascosto a mio padre l'episodio, pregai gli amici che erano con me di non parlarne!... Ne parlo adesso per la prima volta dopo tanti anni, nella speranza che i protagonisti si siano riappacificati lass, dove non c' posto per gli odi e le lotte.
Ma una riappacificazione terrena vi fu. Vi assistetti io e avvenne per opera di mio marito, in quell'epoca mio fidanzato.
Era di settembre e cantava nell'aria Piedigrotta, una delle ultime Piedigrotte, anzi l'ultima, ch, l'anno dopo, il fascismo la vest di orbace e la fece marciare con orario e itinerario prestabilito per le vie della citt. Era l'anno di "Mar, dint' 'o silenzio... Silenzio cantatore..." ed io, Mario e pap ci recammo da Feola in via Caravita per ritirare, come si faceva ogni anno, il fascicolo di canzoni. Alla "Canzonetta", allora, imperava Bovio, e proprio lui era seduto l, presso il banco, fra i suoi collaboratori, quando noi entrammo. Ci fu in un primo momento un gelo imbarazzante, ma il mio fidanzato non si perse d'animo e rivolgendosi a Bovio:
- Don Liber, qua c' nientemeno Eduardo Scarpetta, che desidera le vostre canzoni di quest'anno.
E senza attendere risposta si rivolse al suo futuro suocero:
- Commendat, le canzoni, quest'anno, ve le d l'autore in persona.
Un attimo di silenzio. Poi improvvisamente, quasi obbedendo ad un istinto pi forte del loro rancore, Scarpetta e il figlio di Giovanni Bovio si slanciarono l'uno nelle braccia dell'altro, stringendosi in un abbraccio commosso. Gli astanti proruppero in un applauso. Io, in disparte, all'ombra del pianoforte, dove era seduto Lama, lasciai volentieri che due lagrime mi scorressero sul viso.
Abbracciando Bovio, mio padre, sono sicura, abbracci tutti gli avversari di quella lunga battaglia combattuta per l'arte: una battaglia che era durata trenta anni!
Intanto le parole di Benedetto Croce cominciarono presto ad essere profetiche: dopo la morte di Scarpetta il suo "teatro" cominci a decadere ed a morire, se pure mio fratello Vincenzo si sforzasse di continuare e serbare fedelmente, come un soldato che sa di andare al sacrificio, una tradizione destinata a dissolversi.
Ma dal solco profondo tracciato dal linguaggio dello scomparso sono germogliati quei frutti prepotenti di genialit che sono i De Filippo. Eduardo, raccogliendo da Scarpetta, come legittima eredit, la fiaccola di Petito, ha dato fuoco ad un nuovo potente rogo, proprio in tempo perch la fiammella definitivamente non si spegnesse. E poich il teatro napoletano, con la sua tecnica, la sua poesia e il suo linguaggio,  quasi tutto generosamente disseminato in ogni parte del mondo teatrale, questo rogo assicura al Teatro, per almeno altri 100 anni, il calore e la luce.
Alcune "inquadrature" dei films di Scarpetta: "'E tre pecore viziose", "Miseria e Nobilt", "'A nutriccia".
Se le pellicole sono andate disperse, le fotografie di molte scene si sono salvate. E dopo 40 anni potrebbero ancora far testo per registi e sceneggiatori, se soltanto si pensasse che a quel tempo i registi e gli sceneggiatori non esistevano.
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9. SCARPETTA E IL CINEMATOGRAFO.
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I suoi films - Differenza fra teatro e cinema - Sue osservazioni da spettatore - Chi era Francesca Bertini.
Scarpetta  stato anche attore cinematografico. Come adesso accade per i De Filippo, Taranto, Tot e Macario, attori teatrali a successo, anche allora i cinematografari non si lasciarono sfuggire l'occasione di speculare sul nome e la fama di Felice Sciosciammocca.
Sicch la Casa Sonzogno organizz una serie di films tratti da alcune commedie del repertorio scarpettiano e furono girate "Miseria e Nobilt", "A nutriccia", "'O scarfalietto", "'E tre pecore viziose", "Il non plus ultra della disperazione" e, a giudicare dalle fotografie che ho potuto conservare, questi films presentano numerose inquadrature, che potrebbero vittoriosamente gareggiare con molte di adesso, specie con quelle di alcuni films comici moderni, di cui ne conosciamo, purtroppo, il risultato. I films furono girati a Napoli e la maggior parte delle scene in esterno, sicch il pittoresco e il verismo sono ampiamente rappresentati.
La maschera di Don Felice a contatto con la macchina da presa risult espressiva e potente e fin da allora egli comprese che quella benedetta macchina  implacabile, e senza alcuna piet: svela i trucchi degli interpetri e i "bluf" della loro valentia, smaschera le false giovinezze, scopre i cani e d risalto agli attori veri. In una parola, insomma, non permette, come spesso fa il palcoscenico, che il pubblico possa essere tratto in inganno.
E comprese ancora che fra il teatro e il cinema esiste un abisso profondo, e gli elementi rappresentativi dell'uno non possono n debbono essere confusi con quelli dell'altro, che attore teatrale  una cosa e attore cinematografico un'altra; che raramente un buon attore nel teatro lo pu essere nel cinema e viceversa; che la tecnica della recitazione e della rappresentazione  dissimile e a volte contrastante nei due campi, e che perci il cinematografo non avrebbe potuto mai danneggiare e tanto meno ammazzare il teatro.
Ed ora che noi abbiamo le prove che il cinema  stato portato al successo e al trionfo (e lo  ancora) da artisti che nulla hanno avuto a che vedere col teatro, dobbiamo riconoscere che quelle osservazioni erano giuste e sennate.
Naturalmente egli non poteva prevedere appieno a quale altezza sarebbe giunto il livello artistico del film, perch non sapeva che sarebbe intervenuto il regista, creatore del linguaggio cinematografico e che il film muto si sarebbe trasformato in film sonoro e parlato. Povero pap, non conobbe n questo, n la radio! Perci egli non prese eccessivamente sul serio l'arte cinematografica e la sua industria; nemmeno ai suoi films accord soverchia confidenza. Dopo di averli visti in proiezione privata, non volle mai metter piede nelle sale di spettacolo dove essi venivano proiettati, considerando la faccenda un sottoprodotto dell'attivit teatrale. E non molto diversamente si comportano adesso i "grandi" del nostro teatro, quando prestano la loro opera nel cinema.
Dovette ritirarsi dalle scene e conoscere l'insoffribile ozio forzato delle lunghe sere d'inverno per ritornare al cinematografo, ma questa volta come spettatore. E ci prov tanto gusto che tutti i cinema di Napoli e di Roma lo ebbero assiduo e fedele frequentatore e nessun film dell'altro dopo guerra sfugg alla sua attenzione.
Nelle sale tutti lo riconoscevano, e molti, fatti audaci dal suo sorriso e dal suo atteggiamento sfottitore, gli rivolgevano spesso la parola:
- Commendat, secondo voi qual' la differenza che passa tra la sala di un cinema e quella di un teatro? - gli chiesero una volta.
- Nella sala di un teatro si vede e non si tocca. Nella sala di un cinematografo si tocca e non si vede - rispose lui guardando il suo interlocutore con intenzione e ammiccando alle signore presenti. E alle risate degli uomini e ai sorrisi delle donne, egli continuava imperterrito:
- Certo il tema  un po'... oscuro, perci io sono come San Tommaso: voglio anch'io vedere e toccare con mano e al cinematografo vedo e... tocco!
Agli artisti, scrittori e attori che s'interessavano di cinema egli diceva spesso:
- S, s... fate bene... datevi al cinematografo... e non cambiate idea... mi raccomando. A teatro vi sono i fischi, le beccate del pubblico, le papere, i fiaschi delle commedie. Nel film niente di tutto questo...  una vera pacchia!
Una sera, (egli recitava ancora) buss alla porta del suo camerino una giovine attrice della Compagnia. Si chiamava Francesca Vitiello, faceva la servetta e percepiva due lire al giorno di paga.
- Mi permettete, Cavali, di chiedervi un grande favore?
- Di che si tratta?
- Ecco... vorrei essere sciolta dall'impegno che ho con voi...
- Sei stata trattata male?
- Niente affatto... anzi...
- Ti sposi?
- Fossi pazza!...
- E allora?
- Allora... allora.., ecco, cavali... non mi prendete in giro... Voglio fare il cinematografo!...
- Il cinematografo!... Sei pazza, davvero, mia cara Checchina... E chi ti ha messo questo verme in testa?
- Nessuno... me lo son messo da me. Mi son detta: Sono una bella ragazza, ho del temperamento, tutti affermano che sono, come si dice adesso, fotogenica, allora perch non tentare?... Il cinematografo  una strada nuova e chi sa... col tempo...
- E va bene... se lo desideri... Tanto, se ti dicessi di no... ci rimarresti di malavoglia...
- Grazie, cavaliere... E allora fatemi un altro piacere...
- Quale?
- Trovatemi un bel nome!
- Ma Francesca  aristocratico, storico... Non farti mai pi chiamare Checchina e... sei a posto!
- No, io intendevo il cognome: Vitiello! Vitiello  troppo napoletano...
- ... ed  volgare,  vero?
- Gi... un tantino volgare lo  certamente!... Perci, se me ne suggerite uno pi fine... che so... pi scorrevole... Voi certe cose le capite...
- Hai ragione! Francesca Vitiello non  fatto per il cinematografo. Tu ti chiamerai: Francesca Bertini!
- Francesca Bertini! S,  grazioso, elegante... Grazie, cavaliere, grazie...
E Checchina, la cara Checchina, entrata nel camerino di mio padre come Francesca Vitiello, ne usc da Francesca Bertini, una delle prime vamp del cinema mondiale!
Quanti anni passarono? Dieci? Quindici? Una bella mattina, la posta ci recapit un pacchetto. Lo svolgemmo: conteneva una magnifica bomboniera in pelle, colma di bianchi confetti nuziali. Sotto il cordoncino d'oro che l'avvolgeva era infilato un elegante cartoncino con s scritto: Conte e Contessa Cartier.
- Chi so' chiste? - chiese mio padre - Io non li conosco.
Nessuno di noi si ricordava di un Conte o di una Contessa Cartier.
Io, sempre golosa, allungai la mano per prendere un confetto, mio padre mi trattenne:
- Ma che sei pazza?!... Mangiare una cosa che non si sa da dove viene... chi la manda...
- Ma sono confetti...
- Lo dici tu che sono confetti!... E se sono avvelenati!...
Non scherzava affatto, poich la diffidenza dell'uomo che ha tutto sofferto nella vita non l'aveva, come non lo ha mai abbandonato. E la bomboniera fu messa in quarantena, nell'attesa che il mistero dei donatori si chiarisse. E infatti, domanda di l, chiedi di qua, venimmo a sapere che la Contessa Cartier era Francesca Bertini sposatisi in Francia o in Ispagna, ora non ricordo bene.
- Ih... che fortuna!... Eh... ve la ricordate a Checchina?... - fece mio padre.
Io che la ricordavo semplice, modesta, miserella, pensai a lei come ad una Cenerentola che avesse trovato il suo Principe Azzurro e ne gioii.
Qualcuno, presente, malign che questo Conte Cartier era il solito pazzo destinato a rovinarsi e concluse:
- Ci voleva ora anche il cinematografo per rovinare la gente!...
- Il cinematografo? - osserv Scarpetta - e che c'entra il cinematografo! Avrete sempre sentito dire che il tale o il tal'altro si  rovinato per l'operetta, per il teatro di prosa, per il caff concerto, per il teatro lirico, ma non vi  mai capitato, n vi capiter - siatene certi - di sentire raccontare che qualcuno sia andato alla rovina per il cinematografo.
Ed infatti a quel che pare, fino ad ora...
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10. DON FELICE ABBANDONA IL PALCOSCENICO.
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Un velario che si chiude senza segnale - Gli ultimi anni di vita nella sua casa al Rione Amedeo - Suoi pensieri sull'Arte e gli Attori - La Morte.
Su di un ventaglietto di carta bianca, col quale si faceva vento nelle ore afose dell'estate, io vi trovai scritto questi versi, due per lato:
Gioia e dolore,  ver, l'artista prova,
ma ingrato pi del pubblico non trova!
L'artista in giovent viene acclamato,
ma vecchio  spesse volte abbandonato!
Queste parole, forse, dnno la spiegazione vera del perch mio padre volle abbandonare improvvisamente il palcoscenico, senza che alcun fattore apprezzabile materiale o morale l'avesse determinato.
Fu nella stagione teatrale del 1909 che egli, accusando una certa ansia nel respiro, specie quando si trovava in palcoscenico, cominci ad evitare il doppio spettacolo festivo, lasciando che mio fratello lo sostituisse nella "parte" del protagonista. Recitava di mala voglia "tagliando" d'improvviso i "soggetti" tra la meraviglia e la costernazione dei suoi compagni in iscena, instaur anzi, volle instaurare intorno a s una certa, come dire, psicosi di malessere e d'imbarazzo, faceva pesare su tutto e su tutti questo suo anormale stato morale e fisico, sicch, contrariamente a quello che chiunque altro avrebbe fatto nelle sue condizioni, egli valorizz, esager il suo malessere provocando che tutti lo notassero e gli consigliassero di prendere un po' di riposo, almeno per il momento. Era quanto attendeva. E senza alcun preavviso, quasi alla chetichella, il velario si chiuse. Nella stagione teatrale di Napoli, al Sannazaro, nel 1910, egli fu per l'ultima volta Felice Sciosciammocca nella commedia 'O miedeco d' 'e pazze. Tutti credettero che egli, anelando di tornare al palcoscenico, dopo qualche sera di riposo, ritornasse a recitare. Ingenua credenza di quanti lo conoscevano poco! Scarpetta, se avesse voluto recitare fino all'ultimo come tanti altri, sarebbe morto sul palcoscenico come Petito, ma non l'avrebbe data per vinta nemmeno agli anni e agli acciacchi. Aveva 57 anni e a questa et, in cui molti avevano incominciato ad essere qualcuno, egli volontariamente concludeva il suo ciclo. Quel po' di affanno bronchiale, quella specie di ansia e di malessere che cominciava a provare in palcoscenico gli erano stati di incentivo per abbandonare il pubblico, prima che il pubblico avesse abbandonato lui.
E una sera volle conoscere anche la curiosa sensazione di uscire in palcoscenico confuso in una folla di comparse. Si rappresentava Lil e Mim, e nella scena della "serenata", egli, silenziosamente, si aggreg al gruppo dei posteggiatori. Aveva il bavero del cappotto alzato fin sopra al viso, un cappello preso a prestito calcato fin sugli occhi e si prov ad interpetrare un nuovo personaggio; quello di un uomo qualunque. Ma non fu bravo. Qualche movimento dovette tradirlo e al primo mormorio in sala scapp via, come pu scappare chi capita nel mezzo di un palcoscenico, a tela alzata, senza avvedersene.
Le sue cure alla Compagnia e alle cose del teatro per non cessarono del tutto. Metteva in iscena le commedie pi importanti; desider che io debuttassi ed eseguissi alcune parti fra il grottesco e il caricaturale che - diceva - non erano mai state eseguite bene. Io recitai per lui, soltanto per lui, e, quando egli si accorse che la mia vita teatrale m'imponeva degli obblighi che contrastavano con le sue nuove abitudini di uomo di casa, mi disse di smettere. Ed io smisi. Cur con amore e passione la messa in iscena di Babilonia, la bella rivista di Rambaldo, pseudonimo di quel dolce e accorato poeta che fu Rocco Galdieri, il tenero cantore della mia giovanile tristezza, e che ho sempre ricordato con affetto di sorella.
Poi, a poco a poco, cominci a disinteressarsi del teatro come azienda e si dedic quasi completamente alla casa, a quella nostra bella casa del Rione Amedeo, piena, colma, zeppa di tante cose, tanti oggetti, tante fotografie, tanti ricordi. Lo studio di pap, quel tale studio nel quale egli non entrava mai, era come un Pantheon di filosofi artisti, musicisti, e poeti. Se la Santarella era stata la nostra Versailles la casa del Rione Amedeo era le nostre Tuileries.
E come un re in esilio si dedic a certi curiosi lavori di scultura in cartapesta. Impast per mesi e anni interi carta e colla per costruire certe strane cassette-salvadanaio, poich precursore di Corbino, aveva la mania del piccolo risparmio, della liretta giornaliera messa da parte con costanza e fermezza, egli, che se nella vita aveva speso dei patrimoni, non li aveva per mai dilapidati!
Queste cassette rappresentavano fiaschi di vino, colonne con vasi di fiori, un banco completo di tribunale con presidente, giudici, cancelliere e pubblico ministero (sul banco davanti al presidente c'era la fessura per introdurvi le monete!), un monaco col saio, un cuoco con sotto la scritta:
'O maccarone mio nisciuno 'o tene...
'O mengo tuosto e tuosto se mantene!
Poi, un gruppo raffigurante lui stesso e mia madre seduti in poltrona che si guardavano sorridenti; sul davanti, dei versi dedicati a mia moglie ed ai miei figli, che concludevano cos:
Appriesso a me non voglio commediante,
pecch so sempe fauze e tuono stuorto
e cierti vvote vann'appriesso 'o muorto
rerenno e rusecanno tutte quante.
Voglio c'appriess'a me sultanto vene
'o popolo che m'ha voluto bene!
E songo certo che 'nce sta chi dice,
caccianne quacche lacrema e suspire:
Scarpetta se n' ' gghiuto e cu chi rire?...
Cu chi mme spasso, add sta cchi Felice?
Ma p' 'e cumpagne, pare ca mo 'e ssente
che diciarranno:  mmuorto finalmente!
Le prime ore della sera, per, le dedicava immancabilmente alla passeggiata in carrozza: un modesto coup d'inverno, una piccola vittoria nella buona stagione. Non pi il faid con la coppia di morelli di una volta, che egli stesso guidava e guidava male quando, appunto per questa sua incompetenza, cozz contro il bagarino del marchese Berlingieri, che, adirato, rivolgendosi a Scarpetta grid rosso in viso:
- Imparate a guidare, perdio!
E Scarpetta col pi dolce dei sorrisi:
-  quello che sto facendo, marchese!
Fu negli anni '20-'21 che egli cur la riedizione del suo libro di memorie Da San Carlino ai Fiorentini, aggiornandolo e dandogli il nuovo titolo di Cinquant'anni di palcoscenico. Fu un grande successo librario, che gli frutt - tramite l'interessamento di Benedetto Croce - la nomina a Grande Ufficiale della Corona d'Italia. Caro pap, quanto piacere ne prov!
Volle offrire un banchetto a un gruppo di amici, giornalisti, attori, impresari. A tavola, dietro il cartoncino che recava il nome di ciascuno degli invitati, egli scrisse un pensiero o una massima che si addicevano stranamente alla persona, cui era intestato il cartoncino.
Alcune scritte suonavano cos:
"Un grande artista si crede sempre o eguale o inferiore ai suoi colleghi".
"L'impresario solvibile  quegli che fa danaro".
"L'attore che non sa la parte  come colui che cammina al buio".
"Il direttore di una Compagnia non dev'essere mai l'amante di una sua attrice".
"Ai lazzi osceni dopo la risata viene il disgusto".
E posso assicurare che queste non vennero n lette n commentate allegramente come le altre.
Ma di queste massime e di questi pensieri sull'arte e sugli attori, egli, servendosi della sua enorme cinquantennale esperienza, ne formulava a diecine. Le trascriveva dappertutto: sui margini dei libri e dei giornali, sugli oggetti sparsi per la casa, dietro le note della "spesa". Io pazientemente le raccoglievo e molte di esse le imparavo a memoria:
...
.
...
Del musicista l'opera rimane allor che muore,
dello scultor la statua, il quadro del pittore.
Di tutti questi genii ognun ricordo avr
ma di un attore celebre che cosa rester?
Un nome, una memoria dai vecchi rispettata,
e che dimenticata dai posteri sar.
Di un'opera fischiata
l'autor non dir mai
che l'opera  sbagliata.
Dice all'amico: "Sai,
me l'hanno assassinata
gli artisti che trovai".
E un altro ancor pi matto
dir che il suo lavoro
non fu capito affatto,
la colpa dando al pubblico,
che male giudic.
E non vorr comprendere
che quando si d un'opera
 quegli il solo giudice
che mai sbagliare pu.
La claque, la reclame e il giornalista
non hanno mai creato un grande artista.
Chi ne sa meno d'arte in un giornale
 spesse volte il critico teatrale.
Se qualche attore ha bene cominciato
da lui con falsa lode  rovinato.
Perch, credendo gi d'essere cima,
non studia pi come faceva prima;
e per l'asinit di un giornalista
si perde l'avvenire di un artista.
Chi alle scene si d perch suppone
che studio non ci vuole
allor lascia le scuole,
e lascia ogni altro affetto,
credendo di trovar gusto e diletto.
Ma s'illude, perch la scena inganna
e lo condanna
a misera mercede.
L'artista che di lode mai fu degno
chiama fortuna il merito e l'ingegno.
Chi vuole il nome grande al cartellone
quando va sulla scena  un gran minchione!
In arte quando un comico
lungi dal palcoscenico
fa ridere la gente,
certo, un attor valente
ognun lo creder.
Ma spesso allor che recita
ei non sar pi lepido
e non far pi ridere
a chi lo ascolter!
Vorrei trovare un comico
che sia modesto assai
che non parlasse mai
quando si prova.
Che la sua parte reciti
sempre d'uguale umore
con zelo e con amor
tutte le sere.
Che ben comprenda e subito
la parte da imparare,
che mai dovr mancare
alla "bussata".
Che, recitando, inutili
parole non dir
per ottener chi sa
qualche risata.
Che non chiedesse anticipo
allor che si scrittura,
e che abbia molta cura
a ben vestire.
A chi mi trova un comico
cos come lo v
io lo compenser
con mille lire!
Vai ripetendo ognor
che in arte sei l'attor
che tutto sai.
Ma come giudicar
ti posso per pagar
quello che vai?
Non ti conosco ancor,
n so il tuo gran valor
che certo avrai.....
Ma prova mi puoi dar
di bene saper far
l'arte che fai:
Soltanto in una farsa,
(e non dovrai parlar),
la parte ti v dar
d'una comparsa...
Che, fermo sulle scene,
stia per pochi momenti
e, nel veder che avvien,
faccia commenti!
Quando compiuto avrai
ci che da te vorrei,
io ti dir che fai
e ti dir chi sei!
Spesso un'attrice brutta orribilmente
sembra in iscena bella e seducente.
L'arte  una bella donna
volubile e crudele:
se vi sar infedele
e ve ne allontanate
lungi da lei soffrite e pi l'amate!
...
.
...
E fu appunto in questo periodo che mio padre - contrariamente a tutte le dicerie che si erano sparse per il passato sul suo conto - cominci per la prima volta a sfogliare un libro che non fosse un copione: il libro - come diceva lui - delle 40 carte! Carte da gioco napoletane, poich quelle francesi gli erano completamente sconosciute. Adun intorno a s - specie nelle serate d'inverno - una fedele schiera d'amici e parenti composta di anziani e di giovani. Con i primi giocava a "scopone"; con i secondi a "mercante" o "trentacinque". Come tutti i vecchi, e vecchi di ferro come lui, voleva vincere a qualunque costo e quando vinceva non disdegnava di "fare lo sfott" a tavolino, indisponendo e innervosendo gli avversari. Se perdeva e si trattava di "scopone", riversava le sue ire sul "compagno", accusandolo di essere una "provola", una "mozzarella" e simili; se si trattava di "mercante" egli si sfogava col dire che aveva perduto per la sua soverchia bont, perch non aveva voluto "infierire" contro i suoi giovani amici; che per lui una perdita di 100, 500, lire non costituiva nulla d'importante, mentre per gli altri... chi sa!
Ma una sera, uno dei suoi giovani amici, e precisamente quello che poi doveva diventare mio marito, a questa sua solita osservazione, disse:
- Commendat, fate il vostro gioco regolare e non abbiate ritegno, n riguardo per nessuno.
- Ma io non intendo esagerare nella misura del gioco... Add vulimmo arriv!...
- Voi potete "arrivare" dove volete... Per grazia di Dio...
E tutti guardarono con intenzione una cassetta colma zeppa di lire d'argento, che usava tenere accanto come "capitale" durante il gioco.
Ma la sua risposta fu una parabola:
- Io conoscevo una volta un noto pasticciere di Toledo che, giunto all'et di cinquant'anni senza eredi, possessore di una discreta fortuna, fece questo calcolo: "Quanti anni posso vivere ancora? Dieci, quindici, venti? Ebbene, mettiamo venti anni. Posseggo centomila lire. Posso, allora, spendere per il mio benessere cinquemila lire ogni anno". E si diede a frusciare il danaro ed ogni anno immancabilmente il capitale diminuiva di cinquemila lire.
Che cosa accadde? Che il vecchio pasticciere, giunto all'et di settant'anni, crepava di salute e col primo mese del settantunesimo anno cominci a provare la fame. Divenuto cieco, fu costretto a chiedere l'elemosina, e fino a pochi anni addietro, all'angolo di S. Brigida, un mendico vi stendeva la mano mormorando: "Fate la carit ad un povero vecchio, che si fece male i conti suoi!...".
Quando poi, a fine serata e a conti fatti, qualcuno si lagnava di aver perduto una qualche discreta commetta, egli con accento ed espressione comicamente solenne esclamava:
- Se io fossi giocatore... non giocherei mai!
E fu nello svolgersi di questa casalinga vecchiezza, nel 1923, che un avvenimento, al quale gi non pensava pi da parecchio tempo, lo impression: fu il mio matrimonio. Infatti, egli, pur dolendosi che come Isabeau avevo respinto per anni ogni partito che egli m'indicava, gioiva nel fondo del suo cuore di questa mia avversione matrimoniale. Nel farmi gli auguri per il mio compleanno, una volta, m'indirizz questo bigliettino in versi:
Per altri 100 anni, figlia mia,
ti liberi il Signor da tutti i guai...
Che mai ti muovi dalla casa mia
e gli uomini da te lontano assai!
Altro davvero non ti posso dire
A me il tuo bene e a te cinquanta lire!
Poich il tenermi vicino e non rinunziare a quella specie di dolce dittatura sentimentale era la sua egoistica gioia.
E quando sposai quasi trentenne l'uomo dal quale mi ero fatta scegliere, egli nascostamente ne soffr. Eppure nulla tralasci perch le nozze fossero celebrate con pompa e solennit, volle accanto a s, quel giorno, tutti i suoi vecchi autorevoli amici, fra i quali Benedetto Croce che egli scelse a mio testimonio.
Nulla trascur perch la mia nuova vita fosse facile e felice. Desiderando che io, maritata, rimanessi in casa sua, e non condividendo questo suo desiderio il mio futuro sposo, venne a un compromesso con lui e si stabil che avrei abitato con mio marito un appartamentino nell'istesso palazzo e la sua stanza da letto colleg con la mia con un telefonino interno. A mio marito dedic una poesia che terminava con questi versi:
Or sei tutto, tutto per lei
il grande affetto sei solo tu!
Io dal suo cuore solo vorrei
qualche ricordo e nulla pi!
Tu, cuore nobile, alma squisita,
pensa che molto togliesti a me...
pensa che il resto della mia vita
si trova adesso presso di te!
E pretese con energia e decisione che il viaggio di nozze non si prolungasse oltre Roma. E la sera della cerimonia nuziale, la prima che io passavo fuori della sua casa, attese impaziente, commosso, piangente, con lo sguardo rivolto all'apparecchio telefonico, che io lo chiamassi da Roma per dirgli che avevo fatto buon viaggio e che stavo bene.
Mal sopportava e non sapeva darsi pace che un altro uomo, un intruso, un estraneo dovesse accampare dei diritti su sua figlia e dividerne con lui l'affetto, e questi sentimenti - egli abituato a volere e ad ottenere sempre tutto con una volont di ferro - non sapeva troppo bene simulare e nascondere. Per fortuna dopo i rituali nove mesi mi nacque una bambina e su di questa egli rivers il suo attaccamento dittatoriale. Questa bambina per lui non aveva nome. Era semplicemente la figlia di Maria, e in questa definizione c'era tutto il suo carattere e la concezione individualistica della sua vita, intesa e proiettata anche nelle generazioni future. Non godette a lungo della sua nuova ed ultima nipotina, poich in un giorno di novembre del 1925, alla solita ora della colazione, Pasquale, il suo fedele cocchiere, lo trasport a casa nel coup, moribondo. Si era sentito male per istrada e i medici accorsi diagnosticarono un attacco di arteriosclerosi. Resistette otto giorni, arriv persino con la sua fibra di acciaio a superare la crisi, riprese quasi conoscenza e non perdette l'occasione per balbettare che i medici erano "na mappata 'e fessi"! Lott con la morte disperatamente, come aveva lottato con tanti nemici forti nella sua vita, ma questa volta non la spunt: una polmonite inattesa (egli gi soffriva di enfisema polmonare) la sera del 29 gli tronc definitivamente il respiro.
Io era in casa mia, al piano superiore, sola con la mia bambina che mi accingevo a mettere a letto. E quando, poco dopo, dall'espressione e dell'atteggiamento di mio marito che mi abbracciava, compresi che mio padre non c'era pi, davvero allora per me il mondo parve diminuito di valore!
Fu imbalsamato ed esposto nel salone di casa. Davanti al suo corpo sfilarono per due giorni buona parte dei napoletani. Era tale la ressa che fu indispensabile un servizio d'ordine nella strada, nel cortile e per le scale. I funerali furono catalogati fra quelli memorabili che ricordava la citt: il Cardinale Sanfelice, Crispi. Gianturco. Parl di lui Libero Bovio e l'intervento ufficiale del Comune e della Provincia fece rilevare a qualcuno che il governo centrale non si era in alcun modo fatto vivo. Ma come poteva accadere che un governo, insensibile all'umorismo, alla risata e alla gioia di vivere, sentisse il bisogno di onorare un artista, creatore della risata che  libert?
Lungo le strade di Napoli, fra le mostre illuminate dei negozi, in un pianto assurdamente leggero e giocondo, pass la sua bara nel carro, che, poi, si chiam "carro di Scarpetta". Pass trionfale, quasi vivo, come passano i veri poeti e i grandi musicisti, che sanno dare un'eccitazione entusiastica ed elettrizzante allo spirito umano.
Io, un'ora prima di morire, avevo carezzato la sua fronte e le sue mani, poi non volli pi vederlo: Scarpetta, fisicamente morto, era per me uno spettacolo assurdo, fuori del naturale.
E mi chiusi in casa con la mia bambina, ripromettendomi di andarlo a vedere pi in l, guardarlo in viso attraverso il vetro della cassa, e discorrere io e lui, soli soli, come avevamo fatto tante volte in tanti anni di tenero e spesso d'irragionevole amore.
Ed  forse questa perduta ed amorosa irragionevolezza che mi spinge a chiedere qualche volta a me stessa: "Come fa la gente a dimenticare, a divertirsi, a ridere senza Scarpetta?".
...
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...
FINE.